Preghiera profuga

Ecco la poesia vincitrice del Premio di Poesia ” G. Bolognesi” 2016 scritta da un’alunna del Liceo Enriques.

Margherita ci racconta nei suoi versi l’angoscia e le speranze di chi è costretto ad abbandonare il proprio paese.

 

PREGHIERA PROFUGA

Mare verde- verde mare,

mare, ti prego, fammi arrivare.

Persone, tante persone,

volti dimenticati da un dio insensibile.

In grembo fame e disperazione.

Fame nera- nera fame,

fame, ti prego, non mi ammazzare.

Giorni senza mangiare che sembrano

durare un’eternità.

Mare verde- verde mare,

mare, ti prego, fammi arrivare.

Le mani ossute e insicure di mia madre su petto.

Sono vivo mamma!

Madre bianca- bianca madre,

madre, ti prego, fatti abbracciare.

Silenzio assordante incombe sulla terra promessa.

Le nostre bocche orrendamente cucite,

non ci sentite ma noi gridiamo,

un urlo contro l’indifferenza

un urlo per la vita.

Vita rossa- rossa vita,

vita, ti prego, fammi lottare!

 

Margherita Ughi

 

 

 

C’è un dollaro d’argento sul fondo del Missouri

 

 

Le colline nere al confine tra il South Dakota e il Wyoming venivano considerate dagli indiani della tribù dei Sioux il centro del mondo. Quello, oltre ad essere il loro territorio e la loro riserva di caccia, era anche il luogo dove tutti i guerrieri andavano per comunicare con il Grande Spirito. Nel 1868 quel territorio disprezzato dal governo americano veniva assegnato ai pellerossa, ma nel 1874 tornando sui suoi passi il governo si ricredette sulla sua decisione poiché si riteneva che su quelle colline ci fosse l’oro. Il Settimo Cavalleria, guidato dal generale Custer venne inviato per alcuni sopralluoghi; dopo aver decretato che esistevano riserve di oro immenso si scatenò una guerra.  Toro Seduto e Cavallo Pazzo guidarono gli indiani nella guerra per la difesa dei propri territori. Dopo la morte di Cavallo Pazzo il 29 dicembre 1890 il 7° Cavalleria aprì il fuoco uccidendo più di duecento indiani della tribù dei Sioux: finiva così la loro guerra per preservare il loro centro del mondo. Sebbene si dicesse  che sul Wounded Knee fosse sepolto il  cuore di Cavallo Pazzo e così di tutti i Dakota, il legame dei Sioux con la propria terra non è mai stato sepolto.

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Proprio per il loro spirito di appartenenza ancora oggi i pellerossa stanno conducendo una battaglia importante in difesa del territorio. La loro terra è stata deturpata per secoli, ma hanno continuato a lottare e continuano a farlo; la lotta è contro quel sistema capitalistico che mira al maggior guadagno possibile, disinteressandosi di ogni etica morale. Più nello specifico i Sioux si oppongono alla costruzione dell’oleodotto ‘’Dakota Access Pipeline’’, progetto  dell’azienda texana ‘’Energy Transfer Crude Oil’’. L’oleodotto potrebbe mettere in pericolo le risorse idriche e l’ecosistema circostante. L’impianto avrebbe una lunghezza di 2047  km, attraverserebbe 4 stati (North Dakota, South Dakota, Iowa, Illinois) e si estenderebbe in parte sotto il fiume Missouri, passando cosi per quei luoghi sacri nominati inizialmente. 470 mila è il numero di barili di petrolio greggio che verrebbero trasportati al giorno, numero che potrebbe aumentare fino a 100 mila in più una volta concluso e a pieno regime; 3,78 miliardi sono i soldi necessari per la costruzione del progetto che creerebbe circa 10 mila posti di lavoro. Alcuni di questi dati che abbiamo presentato sono punti cardine intorno ai quali si sviluppa la protesta delle oltre mille persone presenti. Le proteste sono iniziate lo scorso aprile, ma ad agosto si sono intensificate. L’accampamento istituito, denominato Sacred Stone, è arrivato ad ospitare migliaia di persone provenienti da differenti tribù; sono più di 300 le nazioni tribali che si oppongono e che hanno espresso il loro sostegno alla lotta dei Sioux. In questi lunghi mesi di travaglio, molte persone sono state arrestate (più di 400) e la polizia non si è risparmiata nell’uso di idranti e taser. Ad oggi la vicenda sembra aver raggiunto un punto di calma, con l’interruzione del progetto ed una temporanea ‘’vittoria’’ dei Sioux; certo è che la questione, con l’ascesa al potere di Donald Trump, potrebbe ben presto riaprirsi.

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Questo è un video relativo alla vicenda.

https://youtu.be/no7OmkreYVs asd2-600x386.jpg

 

Autunno 2016: votare per speculare sul futuro degli altri

Era passato abbastanza inosservato, ma potrebbe avere avuto un esito fondamentale per il futuro dell’Unione Europea e dell’unità che sta dietro a questa: è il referendum del 2 Ottobre in Ungheria, ufficialmente “consultazione popolare sulle quote di redistribuzione dei migranti”. Sappiamo tutti benissimo come è l’Ungheria, paese in cui governa ormai da diversi anni una destra che non possiamo definire estrema, ma neanche moderata. Esclusa una breve parentesi tra il 2004, anno dello storico allargamento dell’Unione a Est, che inglobò sostanzialmente la quasi totalità dell’ex-Blocco Sovietico, terminato nei lontani Anni ‘80, e il 2006, anno in cui uno scandalo decretò il suicidio politico della sinistra ungherese, proprio negli ultimi 10 anni in cui è stata al governo la destra nazional-conservatrice di Viktor Orban, l’Ungheria si è sempre distinta come alquanto avversa all’Unione Europea, o, come si suol dire oggi, euroscettica, nonostante nel referendum del 2003, che chiedeva ai cittadini se volessero o meno entrare a far parte dell’UE, avesse vinto il sì con la schiacciante maggioranza dell’84% (anche se l’affluenza fu abbastanza bassa, si parla del 45% circa). Che sia il famoso ragionamento del “a me i privilegi, a voi i difetti”? Fa riflettere come l’euroscetticismo della popolazione sia cresciuto con l’incombenza della crisi economica, quando oltre ai vantaggi di stare insieme (mercato comune, sgravi fiscali su certe merci, libera circolazione) iniziarono ad accumularsi anche i sacrifici comuni (tasse più alte per aiutare i Paesi più bisognosi), anche se gli ungheresi devono essere di memoria corta, visto che l’Ungheria moderna, quella che è stata ricostruita sulle macerie della gestione filosovietica del secondo Novecento, è nata grazie ad abbondanti finanziamenti europei. Tanto per non dare la parvenza di arrampicarci sugli specchi, un dato da non buttar via: nelle elezioni amministrative del Parlamento Europeo del 2014 è andato a votare meno del 29% della popolazione ungherese, poco più di una persona su quattro.
Andiamo comunque ad analizzare la questione, partendo dal punto di vista storico: siamo nel biennio 2014-15, la guerra in Siria imperversa tra lealisti ad Assad e ribelli, dove però si è aggiunto un terzo giocatore: il sedicente Stato Islamico. Il termine guerra civile non rende bene l’idea di chi siano veramente le vittime di questo vero e proprio massacro: si calcola che più del 90% dei morti siano civili, non soldati, soprattutto nelle zone controllate dall’Isis, da una parte per la spietatezza dei soldati jihadisti che si scagliano continuamente contro le popolazioni “infedeli”, dall’altra per una pari spietatezza della Coalizione Internazionale, guidata dagli americani, che non esita a bombardare città su città per sterminare il maggior numero di guerriglieri, potenziali e non, e, soprattutto, le loro attività economiche (da ricordare che i famosi pozzi di petrolio sono gestiti da civili, non militari). Sconfinando in Iraq (e, parecchio più in là, in Afghanistan) la situazione è molto simile, poichè sono resi quasi impossibili ogni sostentamento e ogni possibilità di futuro, proprio a causa delle guerre e guerriglie del caso. La gente, soprattutto i più poveri, vissuta con il mito dell’Europa dove è possibile una vita tranquilla e soddisfacente, dove vivono amici o parenti partiti negli anni precedenti, non trova altra soluzione per scampare alla morte che tentare la fortuna, mettere da parte quantità ingenti di denaro e, quando questo è abbastanza, lasciare le proprie case per sempre. Il viaggio è sempre lungo e faticoso (basti pensare ad un afghano che deve attraversare, oltre al proprio paese, da parte a parte l’Iran) ma ha sempre lo stesso termine: le coste turche sull’Egeo. Da qui per raggiungere i Paesi più “attraenti” (Germania, Regno Unito e Svezia in gran parte) non hanno altra opportunità che intraprendere la cosiddetta “rotta balcanica”. Primo passo, e spesso il più difficile, l’arrivo in Grecia: migliaia alla volta questi migranti vengono caricati su gommoni o barconi e abbandonati alle correnti, che posso raggiungere anche una notevole potenza. C’è da dire che il tragitto Turchia-Grecia è molto più corto e meno pericoloso di quello Libia-Italia o Egitto-Italia, per via della contenuta distanza da attraversare, ma, a causa delle già citate correnti, delle coste rocciose e, anche, dei limitati interventi della Guardia Costiera Greca, straordinari di per sé ma limitati se rapportati a quelli della Guardia Costiera Italiana, hanno causato un alto numero di morti.
Dopo l’arrivo in Grecia questi migranti, che sognano l’”Alta Europa”, cercano una via per raggiungere la Germania. La strada più diretta e, di conseguenza, la più praticata prevede un itinerario attraverso Grecia, la Macedonia, la Serbia, per poi passare in Ungheria, in Austria e da qui, finalmente, in Germania. Il passaggio critico è proprio quello tra Serbia e Ungheria perché questa è la frontiera tra la zona Schengen e la zona non-Schengen (anche la Grecia è all’interno del Trattato, ma è isolata dal resto dell’UE in questo senso, poiché Romania e Bulgaria non hanno ancora aderito). La maggior parte dei migranti ha perciò preferito richiedere asilo allo Stato ungherese, pensandolo un processo breve, per poter così avere tutto il diritto di muoversi in Europa liberandosi dello stato di “clandestino”. Ed effettivamente le richieste d’asilo sono state moltissime, forse troppe per un singolo Stato: in numeri parliamo di più del 2% della popolazione Ungherese. Nonostante ciò il metodo Ungherese non è stato proprio degno da premio Nobel per la Pace… in tempi record l’esercito ha alzato un muro, una barriera di filo spinato, lungo tutto il confine con la Serbia e, non contento, il governo ha deciso di costruirne un altro al confine con la Croazia, paese membro dell’UE, perché i migranti avevano cominciato ad aggirare il primo. Per confronto i già citati Paesi di Italia e Grecia hanno potenziato i sistemi di controllo in mare, non per rimandarli indietro, come qualcuno chiede, ma per salvarli da un’orribile morte e da una sofferenza perpetua (non che la vita nei centri d’accoglienza sia molto migliore…). Oltre a ciò l’Italia e la Grecia hanno fatto accorate richieste all’UE chiedendo aiuti sia economici sia prettamente logistici per ora rimasti inascoltati o comunque le soluzioni proposte o sono state (e sono) del tutto inconsistenti e inadeguate, o non sono state appoggiate dalla comunità intera, creando una forte spaccatura anche a livello diplomatico nell’Europa.
A bloccare quasi tutti i provvedimenti è la legge europea che prevede che per essere approvato un “ddl” debba essere approvato all’unanimità dal Consiglio d’Europa, formato dai 28 (o 27?) Capi di Stato (in realtà non è proprio così, ma avendo ogni Paese diritto di voto è come se fosse così): è ovvio che l’Ungheria, come tutte le altre Nazioni dell’Est (Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca) hanno sempre negato il loro appoggio. Ma il signor Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, uomo esperto della più nuda e cruda real politique , mostrando un discreto paio di “attributi”, consapevole che l’Unione gli si stava (e, purtroppo gli si sta tuttora) sfaldando tra le mani, ha aggirato completamente le procedure e ha redatto un documento ufficiale, alias atto normativo dell’Unione Europea, inviandone una copia a ciascun Primo Ministro, chiedendo non la disponibilità all’accoglienza, ma il numero totale di migranti che era possibile ospitare in ogni Paese, dando quindi questa per scontata: giochi di parole, è vero, ma nella politica tutti sappiamo, da Machiavelli in poi, quanto le parole siano importanti. È cosi che nascono le famigerate “quote di redistribuzione”: un numero concordato dal potere “centrale” europeo e da ogni governo che indichi quanti migranti debbano essere accolti in un determinato Paese, ottenute attraverso una serie di algoritmi, di natura prettamente economica che ha già fatto discutere (si basa su parametri generali, come il PIL o il tasso di disoccupazione medio). A questa provocazione il premier Ungherese, ormai capitano della squadra anti-migranti e, d’ora in poi, anti-quote, ha risposto picche: nel documento ufficiale di replica all’atto della Commissione ha “fornito” una disponibilità ad accogliere zero migranti (non è un’iperbole giornalistica, ha realmente scritto “numero zero di migranti”). E da questo momento in poi quello che succede è una vera e propria soap-opera: la Commissione che ribadiva il numero venuto fuori dal proprio già citato algoritmo (circa 3000 unità), Orban che teneva il broncio urlando alla soppressione della libertà decisionale del proprio governo e così via.
E così si è arrivati a questa “grande” presa di posizione antieuropeista che ha portato, alcuni mesi fa, ad indire un referendum affinché “il popolo ungherese si riprenda il potere decisionale così barbaramente e anti democraticamente preso senza diritto dall’Unione”. Il quesito che veniva proposto nella consultazione di inizio ottobre è stato molto provocatorio anche nella stessa formulazione:
“Vuoi tu che l’Unione Europea sia in grado di deliberare il ricollocamento di cittadini non Ungheresi in territorio Ungherese anche senza l’approvazione dell’Assemblea Nazionale?”

Oggettivamente, dopo aver letto un quesito del genere, chi mai si sarebbe sentito in dovere di votare sì?
Un quesito che indirizza, che induce senso di colpa solo a pensarci, che sembra autorizzare una seconda invasione sovietica, dopo la rivoluzione d’autunno di Budapest di tanti anni fa. Un quesito effettivamente vergognoso, con già la risposta implicita, e che non rappresenta precisamente la situazione reale: come abbiamo cercato di spiegare lungamente, l’UE inviterebbe la nazione magiara ad ospitare in strutture pagate con fondi europei gestite da persone stipendiate con fondi europei che così potrebbero magari essere giovani che si fanno le ossa per entrare nel mondo del lavoro con una decente esperienza alle spalle, cosa non semplice con la crisi economica attuale, passata o meno.
Il governo ungherese negli ultimi mesi si era assolutamente dissanguato nella campagna contro il referendum, facendone quindi un simbolo di se stesso. In una situazione del genere è ovvio che le opposizioni non abbiano voluto fare il gioco di Orban: solo il modesto Partito Liberale Ungherese, che, per intendersi, ha su un solo parlamentare (su un totale di duecento) all’Assemblea Nazionale, aveva deciso di sforzarsi a convincere i cittadini a votare sì. Tutti gli altri grandi partiti contrari al potere centrale hanno deciso una “via anarchica”, ovvero il boicottaggio: chi chiedeva di fare due crocette, una sul sì e una sul no, rendendo così nullo il voto, chi proprio di astenersi come il più grande partito socialdemocratico del Paese. L’obiettivo che si cercava di raggiungere era ovviamente quello di invalidare la votazione non raggiungendo il quorum del 50% più uno dei voti.
Sono trascorsi così i mesi dell’ estate e il primo autunno, fino allo scorso 2 ottobre, data del referendum: urne aperte da mattina a sera, persone che vanno e vengono dai seggi e tutto l‘ambaradan tipico delle elezioni di ogni sorta. La sera i primi exit-polls, la mattina dopo i risultati ufficiali: referendum non valido, affluenza al voto troppo esigua. Alle urne sono il 45% circa della popolazione, ben lontano dalla soglia del 50. La vittoria del No è schiacciante, si parla del 97-98%, indice che nel fronte del Sì ha vinto la scelta dell’astensione. È notte fonda quanto arrivano i risultati definitivi, le prime dichiarazioni ufficiali compariranno il giorno dopo, il 3. Il premier Orban ha cercato fino da subito di far passare il referendum come un successo degli euroscettici, ha enfatizzato l’altissima percentuale dei contrari e ha promesso ripercussioni sulla politica migratoria giustificandole, nonostante il fallimento a livello legale della consultazione, con la natura puramente consultiva di questa. Orban, all’indomani del referendum, ha addirittura promesso un inasprimento delle politiche di accoglienza. Dopo le prime dichiarazioni delle opposizioni, che erano giunte a chiedere le dimissioni del premier, le acque si sono successivamente. Ma il referendum ha lasciato una scia di malcontenti a livello europeo: ovunque l’Ungheria è diventata il simbolo del Paese UE che non si impegna per lo sviluppo produttivo dell’Unione, la Nazione che con i contributi comunitari alza muri.
Proprio ultimamente è nato una profonda disputa con il governo italiano, in seguito all’uscita di Renzi che aveva minacciato di non contribuire più al fondo comune europeo, almeno parzialmente (calcolando di togliere la percentuale di fondi data ai Paesi che non accolgono i migranti), se non si avesse avuto un cambio di rotta in politica migratoria. La famosa frase: “Con i soldi italiani non si costruiscono muri” ha avuto molta risonanza a livello continentale. Purtroppo niente di più.
Il feroce battibecco Renzi-Orban non ha avuto il tempo di raffreddarsi che il populismo che ormai sconvolge il mondo ha già fatto un decisivo passo avanti. Verso il baratro. Donald John Trump è eletto 45esimo presidente degli Stati Uniti. L’uomo più potente del mondo in questo momento è un magnate multimiliardario definito sessista, xenofobo e razzista. Giusto per rimarcare questo fatto si riportano i due seguenti interventi del presidente eletto. Una delle primissime dichiarazioni dopo la nomina è stata: “E’ irrilevante se io sostenga o meno le unioni gay, ormai sono un dato di fatto”; insomma, se potessi le abrogherei, ma la Corte Suprema le ha già garantite, quindi non posso farlo.
Il secondo intervento è stata la conferma della costruzione del famoso muro, di oltre 1500 km (per confronto si pensi che la distanza in linea d’aria di Aosta-Palermo è poco più che 1000 km) che blocchi definitivamente l’ingresso ai clandestini messicani. Molti dicono che questo muro in realtà non si farà mai, che è solo un espediente propagandistica, altri invece sono molto spaventati. Altri lo paragonano al Muro di Berlino e pensano già al suo abbattimento tra 4 anni, quando, sperano, verrà eletto un presidente più decente. Il 2020 sarà il nuovo ’89? Il Muro d’Ungheria verrà anche questo buttato giù? Le famose ruspe di Salvini verranno utilizzate per qualcosa di sacrosanto?
Come ho già detto concludendo altri articoli: staremo a vedere.

Futuro dell’immigrazione nel Regno Unito

<i>”Ci sono dei momenti in cui mi vergogno di essere europeo. Durante lo scorso anno, più di un milione di persone bisognose sono arrivate in Europa e il nostro modo di agire è stato penoso”</i>

Alexander Betts, capo di facoltà sugli Affari Internazionali e Immigrazione Forzata all’Università di Oxford, esordisce in questo modo nella presentazione di un suo studio sul tema dell’immigrazione.

Secondo lo studioso, nel prossimo futuro  la migrazione non sparirà e quello che oggi accade in Europa accentuerà le problematiche legate ai rifugiati per molti anni a venire. Le persone che fuggono dai conflitti continueranno ad essere sfollate, e dovremo trovare dei modi razionali, realistici di gestire tutto ciò, non in base alle vecchie logiche dell’assistenza umanitaria, non in base alle logiche della carità, ma basandoci sulle opportunità offerte dalla globalizzazione, dai mercati e dalla mobilità. In tutto il mondo, mettiamo i rifugiati di fronte a una scelta impossibile tra tre opzioni: accampamento, indigenza urbana o viaggi pericolosi. Questa scelta, per i rifugiati, è il regime globale attuale. Secondo Betts, il motivo per cui limitiamo queste opzioni è perché pensiamo che queste siano le uniche opzioni possibili per i rifugiati, mentre in realtà esistono altre vie di soluzione. I politici inquadrano l’impatto sociale di questo problema, come se aiutando i rifugiati imponessimo costi ai cittadini. Tendiamo tutti a supporre che i rifugiati siano un costo inevitabile o un peso. Ma non è affatto così, perché, al contrario, come sostiene Betts, essi  possono rappresentare una risorsa sociale.

Il ricercatore ha quindi illustrato i modi per aumentare le scelte possibili a beneficio di tutti- i paesi ospitanti e le comunità, la nostra società e i rifugiati stessi-  proponendo quattro modi con i quali trasformare il nostro modo di percepire i rifugiati. Tutti e quattro i modi hanno una cosa in comune: consentono di cogliere le opportunità della globalizzazione, della mobilità e dei mercati, aggiornando il nostro modo di pensare sulla questione dei rifugiati.

La prima scelta sulla quale riflettere è l’idea degli ambienti favorevoli, e parte dal semplice presupposto che i rifugiati sono esseri umani come chiunque altro, ma si trovano in circostanze straordinarie. Insieme ai suoi colleghi di Oxford, lo studioso ha intrapreso un progetto di ricerca in Uganda per osservare le vite economiche dei rifugiati. In questo paese ai rifugiati è stata data un’opportunità economica, il diritto di lavorare e la libertà di circolazione, con risultati straordinari sia per i rifugiati che per la comunità ospitante. Nella capitale, Kampala, è stato rilevato che il 21% dei rifugiati ha un’impresa che occupa altre persone, e il 40% di questi impiegati hanno la nazionalità del paese ospitante. In altre parole, i rifugiati creano lavoro per i cittadini del paese ospitante. In diversi campi economici sono stati trovati esempi straordinari di attività imprenditoriali vivaci e fiorenti.

In Giordania,  Betts  e l’economista dello sviluppo Paul Collier, hanno elaborato,  insieme alla comunità internazionale e al governo, un progetto per dare lavoro ai siriani sostenendo al contempo la strategia di sviluppo nazionale della Giordania. Questa è l’idea della zona economica, nella quale si può potenzialmente integrare l’occupazione dei rifugiati con l’occupazione dei cittadini della Giordania. E a soli 15 minuti dal campo di rifugiati di Zaatari, dove vivono 83 000 rifugiati, c’è il progetto di costituire  una zona economica chiamata la King Hussein Bin Talal Development Area. Il governo ha speso più di cento milioni di dollari per collegarla alla rete elettrica, e alla rete stradale, ma per completare la struttura devono ancora essere definite le modalità di accesso al mondo del lavoro e gli  investimenti esteri. Infatti,  se i rifugiati potessero lavorare in questa zona invece di essere rinchiusi nei campi, se potessero sostenere le proprie famiglie e sviluppare capacità professionali prima di tornare in Siria, ne trarrebbe vantaggio anche la Giordania, la cui strategia di sviluppo deve fare il salto da paese a medio reddito a paese manifatturiero. Indubbiamente ne trarrebbero beneficio i rifugiati, perché in questo modo si contribuirebbe, inoltre, alla ricostruzione postbellica della Siria, facendo passare l’importante concetto che i rifugiati sono la miglior fonte per la futura ricostruzione della Siria.

L’idea è stata pubblicato nella rivista Affari Esteri e presentata alla Conferenza per la Siria di Londra e in estate sono iniziate le prime sperimentazioni.

La terza idea che Betts ha proposto è quella del matching preferenziale tra stati e rifugiati che possa portare a una soluzione positiva. Raramente chiediamo ai rifugiati cosa vogliono, dove vogliono andare, ma possiamo e dobbiamo farlo per il bene di tutti. L’economista Alvin Roth ha sviluppato un’idea di abbinamento dei mercati, dove le classifiche delle preferenze delle varie parti si incontrano. Gli economisti Will Jones e Alex Teytelboym hanno studiato un modo con il quale applicare questa idea ai rifugiati, chiedendo loro di classificare le proprie destinazioni preferite, ma anche agli stati di classificare la tipologia di rifugiato che vogliono in base alle loro abilità o a criteri linguistici e abbinarli. Ovviamente c’è bisogno di stabilire delle quote basate su cose come diversità e vulnerabilità, ma anche questo è un modo per aumentare le possibilità di matching. L’idea di matching è stata applicata con successo per abbinare, ad esempio, studenti con università, per abbinare donatori di reni con pazienti, e alla sua base c’è, curiosamente, quel tipo di algoritmo che esiste nei siti di incontri. Allora perché non usarlo per dare migliori opportunità ai rifugiati? Il metodo può anche essere usato a livello nazionale, dove una delle più grandi sfide da affrontare è quella di convincere le comunità locali ad accettare i rifugiati.  Quindi l’abbinamento dei mercati è un modo per unire queste preferenze e ascoltare i bisogni e le richieste della popolazione ospitante e dei rifugiati stessi.

La quarta idea presentata è quella dei visti umanitari. La maggior parte delle tragedie e del caos avvenute in Europa era completamente evitabile. Nasce da una contraddizione di base nella politica europea d’asilo, ovvero la seguente: per poter richiedere asilo in Europa, bisogna arrivarci spontaneamente imbarcandosi in uno dei viaggi pericolosi che conosciamo. Ma questi viaggi sono davvero necessari nell’era delle compagnie aeree low-cost e delle moderne capacità consolari? Sono viaggi completamente inutili, e l’anno scorso hanno portato alla morte di oltre 3000 persone sulle frontiere europee e all’interno del territorio europeo. Se ai rifugiati venisse concesso di viaggiare direttamente e chiedere asilo in Europa, potremmo evitare queste sciagure; il modo più semplice potrebbe essere il visto umanitario, che permette alle persone di richiedere un visto in un’ambasciata o consolato di un paese confinante e poi pagarsi semplicemente un viaggio con un traghetto o un volo per l’Europa. Costa circa un migliaio di euro viaggiare con un trafficante dalla Turchia alle isole greche, mentre cosa circa 200 euro prendere un volo low-cost da Bodrum a Francoforte. Se permettessimo ai rifugiati di farlo, ci sarebbero dei vantaggi notevoli: salverebbe delle vite, abbatterebbe il mercato legato al traffico dei migranti ed eliminerebbe il caos che vediamo alle porte dell’Europa in aree come le isole greche. Quest’idea è stata già applicata in Brasile, paese che ha adottato un approccio innovativo con il quale più di 2 000 siriani hanno potuto ottenere un visto umanitario, richiedendo la status di rifugiati una volta entrati in Brasile.

Queste quattro idee rappresentano dei modi con i quali possiamo offrire più scelte ai rifugiati , offrendo beneficio anche alle comunità locali. Per concludere, abbiamo davvero bisogno di una nuova visione, una visione che possa ampliare le opportunità di reintegro dei rifugiati e che riconosca che essi non devono essere avvertiti come un peso o un costo privo di benefici. Pur rappresentando  una emergenza umanitaria, non dobbiamo considerare la migrazione solo come problema complessivo, ma come fenomeno che coinvolge esseri umani con capacità, talento, aspirazioni, che possono dare il proprio contributo. Se glielo lasciamo fare.

(tratto da https://www.ted.com/talks/alexander_betts_our_refugee_system_is_failing_here_s_how_we_can_fix_it?language=en#t-591318)