Femminicidio e cultura della violenza

Femminicidio: “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte.
Questa la definizione che descrive una tragica realtà.

Oltre cento donne in Italia, ogni anno, vengono uccise da uomini, quasi sempre quelli che sostengono di amarle. E’ una vera e propria strage. Ai femminicidi si aggiungono violenze quotidiane – quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, le donne che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso- violenze che, se non fermate in tempo, rischiano di fare altre vittime: sono infatti moltissime le donne molestate, perseguitate, fatte oggetto di stalking, aggredite, picchiate, sfregiate.
Anche nel 2017 la media è di una vittima ogni tre giorni. Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740, di cui 1.251 (il 71,9%) in famiglia. Da notare che, aldilà di ogni strumentalizzazione xenofoba, il 74,5 per cento degli assassini hanno nazionalità italiana.
Anche Livorno non è immune dal fenomeno. Lo scorso 13 febbraio un uomo ha ucciso l’ex moglie a coltellate e poi si è tolto la vita. L’ex coniuge era stato più volte denunciato e aveva anche da poco terminato un periodo di arresti domiciliari per stalking. Ha deliberatamente cercato la ex moglie, madre delle sue due figlie, sul luogo di lavoro e l’ha uccisa.
Il femminicidio è la punta dell’iceberg delle tante violenze quotidiane.
Alla base delle violenze sulle donne c’è una concezione della relazione affettiva intesa come forma di possesso e di dominio sull’altro, un dominio esercitato dall’uomo sulla donna, secondo la mentalità patriarcale presente nella società. Una concezione che troviamo nella vita quotidiana, che troppo spesso diamo per scontata, che riteniamo innocua, che spesso è considerata addirittura una espressione di amore e di attenzione. Amore non significa controllo, possesso, dominio. Amore non significa violenza. Amore non significa morte.

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A proposito di memoria

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E’ da poco trascorsa la giornata della memoria:Tanti numeri e tante figure, ma quelle di cui si parla meno sono i triangoli rosa e neri :100.000.persone omosessuali condannate all’omocausto voluto dal regime nazista.

Pagine e pagine nei libri di storia parlano delle leggi razziali e delle discriminazioni che hanno infestato l’ultimo secolo, ciò che non raccontano e di cui nessuno si è occupato fino agli inizi degli anni ’80, sono le vittime di quello che in tempi recenti è stato definito “Omocausto”, la persecuzione e lo sterminio di migliaia di omosessuali. Per un regime che si proponeva di perpetuare la razza ariana destinata a dominare il mondo i rapporti omosessuali erano considerati sterili ed egoistici in quanto non finalizzati alla riproduzione. Anche per loro ci fu la “soluzione finale”.
Il fascismo pur aderendo alle leggi razziali non prese parte alla persecuzione degli omosessuali poiché ciò avrebbe significato ammettere l’esistenza del fenomeno in un’Italia dove il modello maschile era caratterizzato da virilità assoluta e quello femminile da fertilità e riproduzione.

 

 

Lavoratori in Gabbia

La mia immagine della Cina è quella di un grande paese, una cultura millenaria, una grande saggezza e conoscenze profonde.  Basti pensare ad una medicina che ha un’impostazione completamente diversa da quella occidentale e che si basa  sul corpo concepito come un sistema di relazioni profonde. E poi quell’immagine di delicatezza che possiamo  cogliere in tante cose, dalle celebri porcellane alle bacchette per il cibo.  E i colori: il bianco e il nero associati ai principi di Yin e Yang, il blu, il rosso, ciascuno con le loro simbologie.

Un grande paese profondamente legato alle sue tradizioni, ma che è anche riuscito a cambiare, che ha conosciuto una rivoluzione e che ha saputo affacciarsi sulle grandi opportunità della moderna tecnologia.

Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia, fatta di diritti negati, di libertà ridotte, di supersfruttamento dei lavoratori. A questo proposito il caso Foxconn è emblematico.

Foxconn è la più grande azienda cinese come numero di lavoratori impiegati nell’assemblaggio di componenti per gli iPhone e iPad della Apple e di altri gruppi come  Dell, Motorola, Nintendo, Nokia e Sony. Gli operai  lavorano in condizioni terribili, con turni fino a 16 ore al giorno per 18 giorni consecutivi senza alcuna sosta.  Le condizioni di lavoro insopportabili hanno generato, nel 2010, una serie di suicidi tra i lavoratori e negli ultimi tempi il fenomeno è ripreso, tanto che l’azienda ha installato delle reti antisuicidio attorno ai propri edifici, dove vive una popolazione compresa tra i 300.000 e i 400.000 lavoratori; lo scopo è evitare che questi si gettino dalle finestre. Nel 2011 i dipendenti della Foxconn sono stati addirittura costretti a firmare un contratto che proibisce loro di commettere il suicidio, ma questo “impegno” non ha attenuato il fenomeno.  Come risposta a questi suicidi, la Foxconn ha annunciato un aumento di stipendio nel tentativo di risollevare il morale dei lavoratori, ma le reti anti-suicidio ancora presenti intorno agli edifici sono la prova evidente di quanto luogo e condizioni di lavoro possano rappresentare un incubo. Lavoratori in gabbia: anche questo avviene nella grande Cina.

 

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Violenza sessuale: contro gli stereotipi

Nel 1999 una sentenza della corte di cassazione fece grande scalpore assolvendo un uomo accusato di aver violentato una ragazza. Lo stupro non venne riconosciuto perché la ragazza indossava i jeans, indumento che, secondo il giudice, può essere sfilato solo con la collaborazione di chi lo indossa. Quindi, secondo “l’illuminato” magistrato, la ragazza era consenziente.

Il tempo passa ma i pregiudizi restano e ancora oggi quando si verifica una violenza sessuale persiste ad esempio la domanda “ Ma cosa stava indossando la ragazza?”. Come dire che in qualche modo chi subisce violenza se la cerca. Nessuno oserebbe dire che il gioielliere che espone in vetrina gioielli cerca un rapinatore, ma evidentemente gli stereotipi funzionano solo in alcuni casi.

Negli Stati Uniti è stata organizzata una mostra degli abiti indossati da donne, ragazze e bambine al momento in cui furono stuprate.

Dicono tanto quei 18 vestiti e prima di tutto dicono che l’abito non conta nulla, che non importa cosa indossi: lo stupratore abusa di te a prescindere da cosa tu abbia messo su quel giorno maledetto. Potevi avere la tuta ed essere coperta dalla testa ai piedi perché stavi andando a correre al parco, potevi avere la minigonna perché stavi andando a ballare, potevi avere i jeans e una maglietta perché stavi semplicemente andando a farti i fatti tuoi. Oppure potevi avere un prendisole sbracciato perché eri una bambina di sei anni e quel giorno faceva caldo. La mostra parla di questo: di uno stereotipo duro a morire secondo il quale la vittima di uno stupro potrebbe avere provocato il suo aguzzino con un atteggiamento equivoco, con una abbigliamento “invitante”: una delle tante versione del “te la sei cercata” che ancora vige soprattutto nelle aule dei tribunali dove, immancabilmente, la linea difensiva dei legali degli stupratori è sempre la stessa: la vittima era consenziente.

[fonte: http://www.milleunadonna.it/attualita/articoli/abiti-vittime-stupro-mostra-stereotipi/]

Il coraggio di raccontare una storia proibita

Eman Mohammed cominciò la sua carriera di fotoreporter da giovanissima, diventando la prima fotoreporter nella Striscia di Gaza, in Palestina. La sua occupazione è stata considerata un grave insulto alle tradizioni locali e causa di vergogna per la sua famiglia. Tutto ciò perché lei esercitava una professione “maschile”. Le agenzie fotografiche di Gaza le chiarirono che una donna non fa il lavoro di un uomo. Il “No” era molto chiaro.
La discriminazione si è spinta a livelli estremi. Eman ha raccontato che un giorno alcuni colleghi la portarono in un campo aperto durante un bombardamento aereo, per poi andarsene sulla loro Jeep blindata, salutandola con la mano e schernendosi di lei ridendo.
La percezione della vita delle donne a Gaza è “passiva”. Fino a poco tempo fa, a molte donne non era concesso di lavorare o istruirsi. Per gli uomini le storie sulle donne erano e sono insignificanti.
Nonostante ciò, Eman iniziò a guardare più da vicino le vite delle donne a Gaza. Il suo essere donna le ha dato accesso a mondi esclusi ai miei colleghi, scoprendo che oltre al dolore e alla lotta, c’era anche una sana dose di positività e di voglia di realizzare i propri sogni.
La teleporter ha raccontato: “ Mi trovavo di fronte a un perimetro militare a Gaza City, durante la prima guerra a Gaza, quando un raid aereo israeliano riuscì a distruggere il perimetro e mi ruppe anche il naso. Per un momento vidi tutto bianco, un bianco brillante. Pensai tra me e me che ero diventata cieca oppure ero in paradiso. Dopo un po’ riuscii ad aprire gli occhi, e documentai questo momento. Mohammed Khader, un lavoratore palestinese che aveva vissuto per vent’anni in Israele, come progetto per la pensione decise di costruirsi una casa di quattro piani. Alla prima operazione via terra nel suo quartiere, la casa venne rasa al suolo. Non rimase niente, a parte i piccioni che aveva allevato e una Jacuzzi, una vasca da bagno che aveva preso a Tel Aviv. Mohammed mise la vasca in cima alle macerie e cominciò a far fare ai suoi figli un bagno con la schiuma tutte le mattine. Il mio lavoro non vuole nascondere le cicatrici della guerra, ma vuole mostrare l’intero quadro delle storie non narrate degli abitanti di Gaza. In quanto fotografa e donna palestinese, il viaggio della lotta, tra sopravvivenza e la vita quotidiana mi ha ispirato a superare i tabù sociali e vedere un lato diverso della guerra e delle sue conseguenze. Ero testimone ed avevo una scelta da fare: fuggire via o restare immobile”.

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