Violenza sessuale: contro gli stereotipi

Nel 1999 una sentenza della corte di cassazione fece grande scalpore assolvendo un uomo accusato di aver violentato una ragazza. Lo stupro non venne riconosciuto perché la ragazza indossava i jeans, indumento che, secondo il giudice, può essere sfilato solo con la collaborazione di chi lo indossa. Quindi, secondo “l’illuminato” magistrato, la ragazza era consenziente.

Il tempo passa ma i pregiudizi restano e ancora oggi quando si verifica una violenza sessuale persiste ad esempio la domanda “ Ma cosa stava indossando la ragazza?”. Come dire che in qualche modo chi subisce violenza se la cerca. Nessuno oserebbe dire che il gioielliere che espone in vetrina gioielli cerca un rapinatore, ma evidentemente gli stereotipi funzionano solo in alcuni casi.

Negli Stati Uniti è stata organizzata una mostra degli abiti indossati da donne, ragazze e bambine al momento in cui furono stuprate.

Dicono tanto quei 18 vestiti e prima di tutto dicono che l’abito non conta nulla, che non importa cosa indossi: lo stupratore abusa di te a prescindere da cosa tu abbia messo su quel giorno maledetto. Potevi avere la tuta ed essere coperta dalla testa ai piedi perché stavi andando a correre al parco, potevi avere la minigonna perché stavi andando a ballare, potevi avere i jeans e una maglietta perché stavi semplicemente andando a farti i fatti tuoi. Oppure potevi avere un prendisole sbracciato perché eri una bambina di sei anni e quel giorno faceva caldo. La mostra parla di questo: di uno stereotipo duro a morire secondo il quale la vittima di uno stupro potrebbe avere provocato il suo aguzzino con un atteggiamento equivoco, con una abbigliamento “invitante”: una delle tante versione del “te la sei cercata” che ancora vige soprattutto nelle aule dei tribunali dove, immancabilmente, la linea difensiva dei legali degli stupratori è sempre la stessa: la vittima era consenziente.

[fonte: http://www.milleunadonna.it/attualita/articoli/abiti-vittime-stupro-mostra-stereotipi/]

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