Il coraggio di raccontare una storia proibita

Eman Mohammed cominciò la sua carriera di fotoreporter da giovanissima, diventando la prima fotoreporter nella Striscia di Gaza, in Palestina. La sua occupazione è stata considerata un grave insulto alle tradizioni locali e causa di vergogna per la sua famiglia. Tutto ciò perché lei esercitava una professione “maschile”. Le agenzie fotografiche di Gaza le chiarirono che una donna non fa il lavoro di un uomo. Il “No” era molto chiaro.
La discriminazione si è spinta a livelli estremi. Eman ha raccontato che un giorno alcuni colleghi la portarono in un campo aperto durante un bombardamento aereo, per poi andarsene sulla loro Jeep blindata, salutandola con la mano e schernendosi di lei ridendo.
La percezione della vita delle donne a Gaza è “passiva”. Fino a poco tempo fa, a molte donne non era concesso di lavorare o istruirsi. Per gli uomini le storie sulle donne erano e sono insignificanti.
Nonostante ciò, Eman iniziò a guardare più da vicino le vite delle donne a Gaza. Il suo essere donna le ha dato accesso a mondi esclusi ai miei colleghi, scoprendo che oltre al dolore e alla lotta, c’era anche una sana dose di positività e di voglia di realizzare i propri sogni.
La teleporter ha raccontato: “ Mi trovavo di fronte a un perimetro militare a Gaza City, durante la prima guerra a Gaza, quando un raid aereo israeliano riuscì a distruggere il perimetro e mi ruppe anche il naso. Per un momento vidi tutto bianco, un bianco brillante. Pensai tra me e me che ero diventata cieca oppure ero in paradiso. Dopo un po’ riuscii ad aprire gli occhi, e documentai questo momento. Mohammed Khader, un lavoratore palestinese che aveva vissuto per vent’anni in Israele, come progetto per la pensione decise di costruirsi una casa di quattro piani. Alla prima operazione via terra nel suo quartiere, la casa venne rasa al suolo. Non rimase niente, a parte i piccioni che aveva allevato e una Jacuzzi, una vasca da bagno che aveva preso a Tel Aviv. Mohammed mise la vasca in cima alle macerie e cominciò a far fare ai suoi figli un bagno con la schiuma tutte le mattine. Il mio lavoro non vuole nascondere le cicatrici della guerra, ma vuole mostrare l’intero quadro delle storie non narrate degli abitanti di Gaza. In quanto fotografa e donna palestinese, il viaggio della lotta, tra sopravvivenza e la vita quotidiana mi ha ispirato a superare i tabù sociali e vedere un lato diverso della guerra e delle sue conseguenze. Ero testimone ed avevo una scelta da fare: fuggire via o restare immobile”.

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