Un’intervista a Giacomo Sini

Questa intervista è stata realizzata nel maggio 2016 avvalendosi del contributo di Giacomo Sini, fotoreporter che ha effettuato un servizio al campo di Idomeni, nel nord della Grecia, e che ha incontrato il nostro gruppo per illustrare la sua esperienza.
D: Puoi illustrarci la situazione di Idomeni al tuo arrivo nel campo?
R: Sono arrivato a Idomeni il 3 aprile. Da poco era smesso di piovere , dopo un periodo di pioggia costante; le condizioni igieniche erano disastrose e intere zone del campo erano inaccessibili, molte tende erano inagibili e varie zone erano isolate.
Quello che mi ha colpito, all’arrivo, è stata l‘enorme distesa di tende che occupavano svariati chilometri di territorio agricolo, estendendosi anche nella zona di un’altra provincia. All’ingresso ci sono i controlli della polizia greca: le organizzazioni non governative hanno bisogno di un pass specifico mentre fotografi e giornalisti hanno un accesso più facile.

D: Come è suddiviso il campo?
R: Il campo è diviso in diverse zone in base alla provenienza dei rifugiati. Il controllo sulle persone è costante ma diversificato secondo le zone. Nella parte a nord i controlli sono più stretti con fari puntati costantemente dalla polizia macedone anche durante la notte; il fastidio è logorante anche perché qui troviamo persone che giungono provate dalla guerra delle zone di provenienza, che da questa forma di controllo ricevono un notevole stress. Il settore nord è quello peggiore: qui sono concentrate 4000-5000 tende, occupate in prevalenza da curdi della Siria.

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D: Da quanto tempo queste persone si trovavano li?
R: Mi hanno detto che alcuni erano lì da 68 giorni. Quando sono arrivati era da poco stato chiuso il confine con la Macedonia, ma le autorità greche non avevano informato i migranti, anzi avevano esortato a proseguire per Idomeni. Per questo motivo si sono trovati imbottigliati e chi ha tentato di passare è stato malmenato e respinto dalla polizia macedone.

D: Queste persone hanno potuto fare richiesta di asilo politico?
R: Chiedendo in giro se ci fossero degli uffici appositi mi hanno risposto di no, e mi hanno detto che non era neanche possibile recarsi ad Atene; l’unico modo per inoltrare una richiesta di asilo è tramite un collegamento Skype.

D: Il campo è attrezzato per fornire una connessione adeguata?
R: Il campo è isolato, il primo centro abitato più vicino, appena una trentina di case, non dispone di strutture fornite. All’interno del campo non c’è una connessione internet stabile. Con un telefono idoneo è possibile connettersi tramite roaming dati, ma è necessaria una potenza notevole per permettere le chiamate Skype. Inoltre i pochi che hanno questa possibilità, pur chiamando non trovano risposta, perché evidentemente l’ufficio non funziona come dovrebbe. Ho conosciuto un giovane curdo siriano, fuggito prima da Assad e poi dall’ Isis, che ha subito anche torture e che avrebbe tutti i requisiti per la richiesta di asilo, che ha tentato per un intera giornata di chiamare con un telefono idoneo senza ottenere alcuna risposta alla chiamata. Questa situazione nella sua assurdità è estremamente diffusa. Parlando con alcuni responsabili di una ONG riconosciuta dal governo greco, ho ricevuto conferma che la rete internet non funziona perché la banda larga montata nel campo non ha potenza sufficiente; e così anche chi ne ha diritto non può fare richiesta di asilo e regolarizzarsi.

15319147_365879153792516_3059624182916389935_nD: Qualcuno ha provato a trovare una soluzione al problema?
R: Dalle organizzazioni ufficiali questa non viene riconosciuta come priorità perché non riguarda cibo e vestiario. La connessione internet servirebbe, oltre a inoltrare le richieste di asilo, anche a rimanere collegati con l’attualità per capire come evolve la situazione, cogliere le news politiche, mantenere i collegamenti con i familiari. L’ immagine di migranti al telefono su cui spesso speculano coloro che vogliono denigrare queste persone è in realtà una necessità vitale.
Alcuni attivisti provenienti da varie zone dell’Europa, non legati a nessuna organizzazione né al governo hanno comprato una banda larga e l’hanno installata nel campo aumentando un po’ la potenza e facendosi carico di questo problema. Questi attivisti con i loro interventi di solidarietà che però vanno fuori da quelli previsti, danno evidentemente fastidio alle autorità macedoni e greche che spesso li allontanano escludendo questi interventi di volontariato e preferendo riempire i campi di polizia e militari a scopo di controllo.

D: Hai osservato qualche emergenza particolare nel campo?
R: Un problema molto particolare è quello legato alle crisi nervose, o comunque comportamentali che si possono verificare. Qui troviamo persone che sono scappate da situazioni terribili di guerra e che ogni giorno sono sottoposte ad un clima che ricorda molto da vicino le tragedie vissute: presenza di militari e uomini armati in atteggiamento di rigido controllo, elicotteri che ronzano continuamente sopra il campo, fari e luci tenuti costantemente accesi. Questo genera in alcuni crisi nervose e stati di sofferenza.

D: Come vengono distribuiti gli aiuti per le necessità primarie?
R: Se escludiamo qualche ONG più organizzata come Medici Senza Frontiere,che fornisce aiuto anche con mezzi propri, la distribuzione degli aiuti è piuttosto caotica. Il cibo non viene distribuito sempre ad un orario fisso e i cibi sono molto scadenti. I servizi sanitari sono pochi rispetto alla moltitudine di persone presenti; anche un vestiario adeguato è una delle prime necessità, poiché lo sbalzo termico è elevato e le persone non sono attrezzate correttamente. Un ulteriore problema sono le tende; le persone arrivano al confine ignari della sua recente chiusura e non hanno con sé una tenda dove dormire. A questo hanno rimediato parzialmente le ONG più importanti che hanno costruito tendoni dove far dormire le persone, in condizioni purtroppo disastrose data la grande richiesta e il gran numero di persone.

15241959_365879117125853_7137427492291504006_nD: Come sono organizzate le persone nel campo che hanno una loro tenda?
R: Il campo presenta molte differenze tra le varie zone: la zona settentrionale è la peggiore, alcune persone hanno occupato la ferrovia, però con l’arrivo del caldo hanno avuto grossi problemi poiché il ferro delle rotaie diventa molto caldo e le pietre bianche che formano la ferrovia riflettono il sole. Sono stato per un’intera ora dentro la tenda di alcune persone pakistane e caldo e cattivo odore erano terribili, non permettevano di stare più a lungo all’interno. Ci sono persone che sono là da più di due mesi e qualcuno ha occupato anche i vagoni letto dei treni fermi in stazione, ormai inutilizzabile. E’ presente anche una “zona del bosco”. All’interno di un piccolo bosco trovano riparo quei profughi che sanno che, per motivi politici, non potranno passare il confine e così stanno nel bosco lontani dal sole rovente e dalla polizia.

15267627_365879220459176_3083288950025937820_nD: Le persone si organizzano in una qualche maniera?
R: Si, è presente una piccola assemblea del campo che si riunisce ogni giorno e organizza manifestazioni e proteste. Un giorno è stata organizzata una protesta in cui erano presenti anche bambini che giunti al confine hanno lanciato fiori al di là dei muri. La polizia macedone ha risposto puntando contro di loro la mitragliatrice di un carro armato e minacciando di sparare.

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I fatti raccontati nell’intervista fanno riferimento all’inizio della primavera del 2016, quando Giacomo Sini ha visitato il campo ed è stato testimone della situazione vissuta dalle migliaia di persone che vivevano là. Poco dopo il suo ritorno, avvenuto i primi giorni di aprile, il campo veniva sgomberato,e quella speranza di ritrovare i propri affetti, di vivere la propria vita e non vederla morire sotto le macerie o in fondo al mare, svaniva una mattina di maggio.
Quella mattina all’alba le persone non hanno trovato né medici né volontari pronti ad aiutarli, ma migliaia di poliziotti in tenuta antisommossa tappati dalla testa ai piedi, armati di manganello e con ordini ben precisi impartiti dall’alto. Uno di questi appunto era quello di non far entrare né volontari né giornalisti all’interno del campo: la violenza dei governi non deve avere testimonianze.
Da quando la Macedonia ha chiuso la frontiera, impedendo così il passaggio per la cosiddetta rotta balcanica, a Idomeni hanno vissuto circa 12 mila persone, quasi metà costituite da bambini.
I volontari presenti all’interno del campo sono stati fatti uscire a mezzanotte di martedì 24 maggio. Quella notte è stata una notte di dolore per le persone che vivevano all’interno delle tende: la notizia dello sgombero stava diventando sempre di più una realtà da affrontare. All’alba migliaia di persone sono state fatte salire su pullman e sono state trasferite in campi gestiti dall’esercito nel nord della Grecia; ma all’interno di questi campi c’era posto solo per 5 mila persone, quando al campo erano quasi 10 mila le persone presenti. Le persone sono state divise per nazionalità e per lingua; molte hanno deciso di tornare nel proprio paese di fronte allo sgombero.

Le persone erano spaventate, preoccupate, le facce dietro ai finestrini dei pullman lo dimostravano, guardavano per l’ultima volta quelle terre, quegli alberi dove hanno trovato riparo e piangevano.
“Me ne tornerò in Siria, un posto dove si muore velocemente. È meglio morire velocemente, piuttosto che morire lentamente qui. Ho sperato di diventare adulto in Europa, ma ora sono stanco”, scrive in un sms un ragazzo siriano, mentre le ruspe distruggono una tenda da campeggio che è stata casa sua per qualche mese.

Le foto sono state scattate da Giacomo nel suo periodo di permanenza a Idomeni. Per visitare il suo sito e vedere altre foto cliccare al seguente link : http://www.giacomosini.com/15350496_365879030459195_6838801728445297956_n.jpg15319228_365879077125857_9132170656202982577_n.jpg

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