Futuro dell’immigrazione nel Regno Unito

<i>”Ci sono dei momenti in cui mi vergogno di essere europeo. Durante lo scorso anno, più di un milione di persone bisognose sono arrivate in Europa e il nostro modo di agire è stato penoso”</i>

Alexander Betts, capo di facoltà sugli Affari Internazionali e Immigrazione Forzata all’Università di Oxford, esordisce in questo modo nella presentazione di un suo studio sul tema dell’immigrazione.

Secondo lo studioso, nel prossimo futuro  la migrazione non sparirà e quello che oggi accade in Europa accentuerà le problematiche legate ai rifugiati per molti anni a venire. Le persone che fuggono dai conflitti continueranno ad essere sfollate, e dovremo trovare dei modi razionali, realistici di gestire tutto ciò, non in base alle vecchie logiche dell’assistenza umanitaria, non in base alle logiche della carità, ma basandoci sulle opportunità offerte dalla globalizzazione, dai mercati e dalla mobilità. In tutto il mondo, mettiamo i rifugiati di fronte a una scelta impossibile tra tre opzioni: accampamento, indigenza urbana o viaggi pericolosi. Questa scelta, per i rifugiati, è il regime globale attuale. Secondo Betts, il motivo per cui limitiamo queste opzioni è perché pensiamo che queste siano le uniche opzioni possibili per i rifugiati, mentre in realtà esistono altre vie di soluzione. I politici inquadrano l’impatto sociale di questo problema, come se aiutando i rifugiati imponessimo costi ai cittadini. Tendiamo tutti a supporre che i rifugiati siano un costo inevitabile o un peso. Ma non è affatto così, perché, al contrario, come sostiene Betts, essi  possono rappresentare una risorsa sociale.

Il ricercatore ha quindi illustrato i modi per aumentare le scelte possibili a beneficio di tutti- i paesi ospitanti e le comunità, la nostra società e i rifugiati stessi-  proponendo quattro modi con i quali trasformare il nostro modo di percepire i rifugiati. Tutti e quattro i modi hanno una cosa in comune: consentono di cogliere le opportunità della globalizzazione, della mobilità e dei mercati, aggiornando il nostro modo di pensare sulla questione dei rifugiati.

La prima scelta sulla quale riflettere è l’idea degli ambienti favorevoli, e parte dal semplice presupposto che i rifugiati sono esseri umani come chiunque altro, ma si trovano in circostanze straordinarie. Insieme ai suoi colleghi di Oxford, lo studioso ha intrapreso un progetto di ricerca in Uganda per osservare le vite economiche dei rifugiati. In questo paese ai rifugiati è stata data un’opportunità economica, il diritto di lavorare e la libertà di circolazione, con risultati straordinari sia per i rifugiati che per la comunità ospitante. Nella capitale, Kampala, è stato rilevato che il 21% dei rifugiati ha un’impresa che occupa altre persone, e il 40% di questi impiegati hanno la nazionalità del paese ospitante. In altre parole, i rifugiati creano lavoro per i cittadini del paese ospitante. In diversi campi economici sono stati trovati esempi straordinari di attività imprenditoriali vivaci e fiorenti.

In Giordania,  Betts  e l’economista dello sviluppo Paul Collier, hanno elaborato,  insieme alla comunità internazionale e al governo, un progetto per dare lavoro ai siriani sostenendo al contempo la strategia di sviluppo nazionale della Giordania. Questa è l’idea della zona economica, nella quale si può potenzialmente integrare l’occupazione dei rifugiati con l’occupazione dei cittadini della Giordania. E a soli 15 minuti dal campo di rifugiati di Zaatari, dove vivono 83 000 rifugiati, c’è il progetto di costituire  una zona economica chiamata la King Hussein Bin Talal Development Area. Il governo ha speso più di cento milioni di dollari per collegarla alla rete elettrica, e alla rete stradale, ma per completare la struttura devono ancora essere definite le modalità di accesso al mondo del lavoro e gli  investimenti esteri. Infatti,  se i rifugiati potessero lavorare in questa zona invece di essere rinchiusi nei campi, se potessero sostenere le proprie famiglie e sviluppare capacità professionali prima di tornare in Siria, ne trarrebbe vantaggio anche la Giordania, la cui strategia di sviluppo deve fare il salto da paese a medio reddito a paese manifatturiero. Indubbiamente ne trarrebbero beneficio i rifugiati, perché in questo modo si contribuirebbe, inoltre, alla ricostruzione postbellica della Siria, facendo passare l’importante concetto che i rifugiati sono la miglior fonte per la futura ricostruzione della Siria.

L’idea è stata pubblicato nella rivista Affari Esteri e presentata alla Conferenza per la Siria di Londra e in estate sono iniziate le prime sperimentazioni.

La terza idea che Betts ha proposto è quella del matching preferenziale tra stati e rifugiati che possa portare a una soluzione positiva. Raramente chiediamo ai rifugiati cosa vogliono, dove vogliono andare, ma possiamo e dobbiamo farlo per il bene di tutti. L’economista Alvin Roth ha sviluppato un’idea di abbinamento dei mercati, dove le classifiche delle preferenze delle varie parti si incontrano. Gli economisti Will Jones e Alex Teytelboym hanno studiato un modo con il quale applicare questa idea ai rifugiati, chiedendo loro di classificare le proprie destinazioni preferite, ma anche agli stati di classificare la tipologia di rifugiato che vogliono in base alle loro abilità o a criteri linguistici e abbinarli. Ovviamente c’è bisogno di stabilire delle quote basate su cose come diversità e vulnerabilità, ma anche questo è un modo per aumentare le possibilità di matching. L’idea di matching è stata applicata con successo per abbinare, ad esempio, studenti con università, per abbinare donatori di reni con pazienti, e alla sua base c’è, curiosamente, quel tipo di algoritmo che esiste nei siti di incontri. Allora perché non usarlo per dare migliori opportunità ai rifugiati? Il metodo può anche essere usato a livello nazionale, dove una delle più grandi sfide da affrontare è quella di convincere le comunità locali ad accettare i rifugiati.  Quindi l’abbinamento dei mercati è un modo per unire queste preferenze e ascoltare i bisogni e le richieste della popolazione ospitante e dei rifugiati stessi.

La quarta idea presentata è quella dei visti umanitari. La maggior parte delle tragedie e del caos avvenute in Europa era completamente evitabile. Nasce da una contraddizione di base nella politica europea d’asilo, ovvero la seguente: per poter richiedere asilo in Europa, bisogna arrivarci spontaneamente imbarcandosi in uno dei viaggi pericolosi che conosciamo. Ma questi viaggi sono davvero necessari nell’era delle compagnie aeree low-cost e delle moderne capacità consolari? Sono viaggi completamente inutili, e l’anno scorso hanno portato alla morte di oltre 3000 persone sulle frontiere europee e all’interno del territorio europeo. Se ai rifugiati venisse concesso di viaggiare direttamente e chiedere asilo in Europa, potremmo evitare queste sciagure; il modo più semplice potrebbe essere il visto umanitario, che permette alle persone di richiedere un visto in un’ambasciata o consolato di un paese confinante e poi pagarsi semplicemente un viaggio con un traghetto o un volo per l’Europa. Costa circa un migliaio di euro viaggiare con un trafficante dalla Turchia alle isole greche, mentre cosa circa 200 euro prendere un volo low-cost da Bodrum a Francoforte. Se permettessimo ai rifugiati di farlo, ci sarebbero dei vantaggi notevoli: salverebbe delle vite, abbatterebbe il mercato legato al traffico dei migranti ed eliminerebbe il caos che vediamo alle porte dell’Europa in aree come le isole greche. Quest’idea è stata già applicata in Brasile, paese che ha adottato un approccio innovativo con il quale più di 2 000 siriani hanno potuto ottenere un visto umanitario, richiedendo la status di rifugiati una volta entrati in Brasile.

Queste quattro idee rappresentano dei modi con i quali possiamo offrire più scelte ai rifugiati , offrendo beneficio anche alle comunità locali. Per concludere, abbiamo davvero bisogno di una nuova visione, una visione che possa ampliare le opportunità di reintegro dei rifugiati e che riconosca che essi non devono essere avvertiti come un peso o un costo privo di benefici. Pur rappresentando  una emergenza umanitaria, non dobbiamo considerare la migrazione solo come problema complessivo, ma come fenomeno che coinvolge esseri umani con capacità, talento, aspirazioni, che possono dare il proprio contributo. Se glielo lasciamo fare.

(tratto da https://www.ted.com/talks/alexander_betts_our_refugee_system_is_failing_here_s_how_we_can_fix_it?language=en#t-591318)