Quando riprodursi non è una scelta autonoma

La differenza tra uomini e donne è innegabile, almeno sul piano fisico. Il corpo maschile e il corpo femminile sono diversi; in particolare, il corpo della donna ha una specificità che la cultura ha sempre visto come misteriosa e “minacciosa”, perché è in grado di riprodurre individui femminili e maschili. Anche a causa di questa capacità, il pensiero dominante ha sempre voluto esercitare un controllo sul corpo femminile.

Si può comunque credere che ormai, giunti nel XXI secolo, le cose siano cambiate, che non esistano più le discriminazioni verso le donne; presto forse potremo anche veder salire alla cattedra della Casa Bianca una donna. Eppure, con il passare e l’evolversi dei tempi cambiano e si perfezionano anche i mezzi con cui il potere esercita il proprio dominio.

La recente campagna promossa dal Ministero della sanità con la sigla di “fertility day” ne è un chiaro esempio.

E’ comprensibile che chi gestisce il potere soprattutto in  periodo di crisi socio-economica abbia maggiore necessità di esercitare un controllo sulla riproduzione e la fertilità, controllo che può essere  praticato in vari modi: attraverso campagne mass-mediatiche che fanno leva addirittura su valori religiosi o esigenze nazionaliste di ripopolamento; attraverso sollecitazioni a buone pratiche sanitarie, supportate da studi scientifici più o meno orientati all’obiettivo; attraverso forme di sostegno economico alle famiglie numerose.

Il controllo sulla riproduzione o fertilità è un elemento non nuovo nella storia. Il riferimento obbligato è al periodo del ventennio fascista e alla sua politica demografica.

Mussolini, nel discorso dell’Ascensione, tenuto davanti  alla Camera dei Deputati il 26 Maggio 1927 dichiarò che l’Italia avrebbe dovuto affacciarsi alla seconda metà del secolo con una popolazione non inferiore ai 60 milioni di abitanti; venne perciò stabilita una tassa sui “celibi” e sui “matrimoni infecondi” che avrebbe dovuto portare nelle casse dello stato fondi necessari per avviare un progetto teso alla protezione della maternità e dell’infanzia.

In parallelo alla campagna di procreazione di individui, venne portata avanti anche una campagna sulle caratteristiche che questi individui dovevano avere, caratteristiche tali da configurarli come  “fascisti e fasciste perfetti”. Se per l’uomo la parola d’ordine era devozione verso Dio, verso il duce  e verso l’ impegno lavorativo, per la donna le parole che furono pronunciate dallo stesso Mussolini furono: “è la prima responsabile del destino di un popolo […], il suo unico dovere è di essere madre, fattrice di figli, reggitrice e direttrice di vite nuove […], per essa occorre una intensa evoluzione spirituale verso il sacrificio, l’oblio di sé e l’anti-edonismo individualistico […], simbolo della continuità della razza e capace di equilibrare persino e neutralizzare, nella generazione, gli elementi decadenti o inferiori del maschio, e quindi è in grado di risanare le generazioni nuove.”

La riproduzione e la fertilità viste dunque come compito sociale e non come scelta individuale o di coppia, ma come impegno e obbligo a cui era tenuta la cittadina di una Nazione. Nessuno spazio per una visione autonoma della riproduzione e quindi della sessualità, considerata evidentemente un pericolo dal regime fascista se vissuta come scelta personale o di coppia fuori dal controllo politico.

Questo quadro è così lontano e superato ai tempi nostri?

Il 21 Marzo del 2014, Beatrice Lorenzin, ministro della salute, rilascia un’intervista al giornale “ Avvenire” in cui, relativamente al problema del basso tasso di natalità in Italia, afferma: “Serve educare alla maternità. Ho in testa una nuova sfida, un grande piano nazionale di fertilità. Il crollo demografico è un crollo non solo economico, ma anche sociale. È una decadenza che va frenata con politiche di comunicazione, di educazione e di scelte sanitarie.”

Pochi giorni più tardi viene istituito da parte del Ministero della Salute il Piano Nazionale per la Fertilità affiancato dalla frase “Difendi la tua fertilità , prepara una culla nel tuo futuro”.

fertility_dayIl modo in cui è stata poi gestita la campagna pubblicitaria ha suscitato critiche e polemiche di cui si è parlato a lungo: abbiamo visto manifesti in cui si invitava a seguire stili di vita corretti per proteggere la fertilità e tra i suggerimenti visivi c’era quello di non frequentare cattive compagnie, rappresentate suggestivamente da ragazzi di colore; abbiamo visto clessidre agitate minacciosamente davanti a ragazze, per ricordare loro di non perdere tempo e sbrigarsi a fare bambini. Il Ministero ha ammesso di avere sbagliato il tono della campagna. Ma va ricordato che dietro alle immagini, più o meno azzeccate, c’è una ideologia.

E l’ideologia che si vuole riproporre è quella, ancora una volta, della riproduzione come impegno dei bravi cittadini, che collaborano al bene dello stato impegnandosi a riprodurre individui che servano a mandare avanti la macchina dell’economia, ovviamente capitalista e regolata dal mercato, ma questo è un altro discorso.

E ancora una volta la donna non viene considerata un essere autonomo che, tra le sue varie scelte, può fare anche quella della maternità, ma come un animale da riproduzione che viene sollecitata al suo compito primario. Fare figli per la patria.

Eppure siamo in un’epoca globalizzata e ci viene detto di guardare oltre i confini. E oltre i confini c’è un mondo sovrappopolato, con problemi di sopravvivenza e di distribuzione di risorse, un mondo pieno di minori in situazioni drammatiche, di orfani vittime di guerre e povertà. Ma anche questo è un altro problema.

La cosa principale era e rimane dare figli alla patria e mantenere ciascuno nel proprio ruolo: le donne a far figli, senza tanti grilli per la testa; gli uomini a lavorare, obbedienti ai padroni, per mantenere la famiglia.

 

 

 

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