Le tristi storie dei bambini emigranti

2b32a28c-b818-4ff0-a2a6-65b4ec9f1749_mediumUn’immagine che è rimbalzata sulle prime pagine di alcuni dei principali giornali del mondo e che è diventata il centro del confronto politico internazionale sulla questioni migranti. Un bambino senza vita a faccia in giù, tra la schiuma delle onde, nella sua t-shirt rossa e nei suoi pantaloncini blu scuro. Si tratta di Aylan Kurdi, tre anni, morto scappando dalla guerra e, insieme a lui, hanno perso la vita altre 11 persone, tra cui il fratello Galip di 5 anni. A parlare è il padre del bambino, Abdullah al-Kurdi: “Ho tentato di salvare i miei ragazzi. Li stringevo entrambi quando la barca si è capovolta, ma un’onda alta prima ha ucciso mio figlio più grande, Galip, e poi si è presa il più piccolo”. A metà della traversata, dice, la piccola imbarcazione di cinque metri sulla quale viaggiava con i suoi familiari è stata colpita da diverse onde. “Improvvisamente abbiamo visto il trafficante turco saltare in mare e ci hanno lasciati soli a lottare per le nostre vite. Sono rimasto tre ore in mare, fino all’arrivo della guardia costiera turca”. E’ l’Unicef che ci informa delle morti, soltanto nel 2015, di 700 bambini nel Mediterraneo. “Questi bambini, come i nostri figli, hanno diritto a crescere sani, a giocare, ad andare a scuola, ad avere un futuro” sostiene l’Unicef. La crisi dei rifugiati e migranti in Europa è una crisi che colpisce drammaticamente i bambini: nei primi nove mesi del 2015, 215.000 minorenni, cioè 700 al giorno hanno cercato asilo nell’Unione europea. Ma, avverte il direttore esecutivo di Unicef, Anthony Lake, “non è sufficiente che il mondo rimanga scioccato, lo choc deve essere accompagnato da un’azione. La situazione in cui si trovano questi bambini non è una loro scelta, né è sotto il loro controllo. Hanno bisogno di protezione, e hanno diritto alla protezione”.

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