Convivenza multietnica dell’antica Roma

La Roma dei primi secoli dopo Cristo era una città dalle mille facce: affollata e sporca come Calcutta, multirazziale come New York, poco raccomandabile come Caracas, ricca come Tokio.
Popolata da quasi un milione e mezzo di abitanti viveva gli stessi contrasti di una moderna
megalopoli: i monumenti pubblici e le grandi dimore private sorgevano in mezzo ad un mare di casupole
erette senza una pianta e un criterio urbanistico precisi, affacciate su strade anguste e maleodoranti,
gremite e chiassose di giorno ma semideserte e pericolose di notte.
Quella di Roma era una società multietnica con forte presenza di extraeuropei e meticci.
La componente etrusca variava dal 40% nelle località dell’Italia centrale al 10% nel sud Italia. Ma c’erano anche Galli, Iberi, Africani, Greci,Siriani, Egizi, Ebrei, Cilici, Traci, Sarmati, Germani e Etiopi.
Una città, dunque, meta di migliaia di viaggiatori e migranti, mitizzata da molte popolazioni dell’impero (un po’ come New York per noi Italiani), dove il concetto di razza era pressoché sconosciuto. In effetti, anche dal punto di vista etnico l’età romana attua forse la più grande integrazione etnica della storia. Non si viene discriminati per il colore della pelle, la discriminazione è basata piuttosto sul livello sociale al quale una persona appartiene e sui soldi che possiede. La società romana è multietnica, perché integra i vinti, non li discrimina nè li relega ai margini, considerando la varietà etnica una ricchezza, perché è la conseguenza di meccanismi sociali ed economici che garantiscono un futuro alla società romana.

Ma guardiamo le cose da un altro punto di vista, quello dei vinti. Nel seguente discorso scritto da Tacito, a parlare è Calgaco, un comandante caledone, che così si esprime riguardo ai Romani, alla loro sete di conquista e di dominio sui popoli:

«Auferre trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.»
«Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto, dicono che è la pace.»

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