Il linciaggio di New Orleans

Quando gli immigrati eravamo noi

Alla fine del 19esimo secolo, nel pieno dell’avvio dello sviluppo capitalistico, gli Stati Uniti aprirono le porte all’immigrazione. I  costi delle navi per l’America erano inferiori a quelli dei treni per l’Europa, così diversi milioni di italiani scelsero di attraversare l’Oceano per cercare fortuna nel nuovo mondo, lasciandosi alle spalle la devastazione delle guerre per l’unità d’Italia e la grave crisi agraria che aveva affamato il meridione.

Una delle mete più popolari fu New Orleans, che aveva collegamenti con navi a vapore da Palermo e dove già in precedenza immigrati italiani avevano stabilito una piccola comunità che risaliva all’era francese.

Mentre il numero di cittadini italiani andava aumentando nella città americana, furono istituiti caratteristici club sociali e organizzazioni di beneficenza italiane. Queste organizzazioni erano spesso collegate a specifiche regioni dell’Italia con lo scopo di preservare i costumi tra i loro membri ed aiutare i nuovi arrivati fornendo loro una rete di supporto. Diversi si stabilirono in appartamenti malmessi del quartiere francese, che venne allora soprannominato “Little Italy”.clip_image002

Nel 1905 quasi la metà della popolazione del Quartiere Francese era di origine italiana o apparteneva alla seconda generazione. La presenza degli italiani continuava ad accrescersi ed in egual misura aumentava la necessità di ricevere sostegno e protezione. Famiglie clandestine e piccole lobby comunitarie andarono consolidando il loro potere imbastito con il malaffare, portando alla ribalta i primi gruppi mafiosi della storia degli Stati Uniti.

Il clima a New Orleans si fece sempre più ostile: gli italiani vennero accolti con crescente discriminazione e sospetto dai locali. Una forte tensione si instaurò in particolare tra italiani e Irlandesi, che erano arrivati nella città decina di anni prima ed erano maggiormente integrati.

 

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Gli accordi di Dublino: UE e migranti

Firmati negli ultimi vent’anni, gli accordi di Dublino, costituiscono la regolamentazione europea in materia di migrazione; passati inosservati dai media per oltre dieci anni, in seguito alla crisi migratoria attuale, sono stati attaccati negli ultimi tempi dai governi di Italia e Grecia che premono per una riformulazione di tali accordi. È meglio però prima conoscere bene tutta la storia. La prima versione degli accordi venne firmata nel 1997 nella capitale irlandese dagli allora dodici membri della comunità europea quando l’immigrazione era sì di notevole portata ma perfettamente assimilabile da ogni singolo paese: l’unica migrazione degna di nota era quella che coinvolgeva le persone di origine albanese che, in seguito al cambio di regime dei primi anni ’90 cercavano asilo nell’unica nazione veramente avanzata della zona: l’Italia. Tale fenomeno era già in calo e gli altri flussi migratori, che coinvolgevano soprattutto genti dai paesi dell’Est Europa erano trascurabili rispetto a quelli odierni. Anche in seguito, fino alla crisi provocata dalle Primavere Arabe, nessun paese europeo aveva mai accusato colpi a causa delle migrazioni. Perciò, in mancanza di problemi significativi, a Dublino si decide di lasciare tutto inalterato ovvero di non creare una regolamentazione comunitaria e di lasciare ogni Paese a gestirsi i suoi affari. Poi nel 2010 avvenne l’imprevedibile, o meglio ciò che i governi di tutto il mondo avevano previsto e spinto perché accadesse senza prendere in seria considerazione le varie conseguenze: rivolte in tutto il Nord Africa e il Medio Oriente di diversa intensità sconvolsero il clima di geopolitica dell’area. Cadono i governi dittatoriali di Egitto e Tunisia, vengono scatenate guerre che perdurano ancora oggi in Siria, Yemen e Libia e numerosi capi di Stato vengono costretti a dimettersi; ultimi arrivato un fantomatico gruppo terroristico che vuole ristabilire il califfato islamico come milleduecento anni fa, riportando così la guerra anche in Iraq, paese che sembrava sulla buona via della pacificazione; per non dimenticare le epidemie che si susseguono nella regione sub-sahariana, ultima quella di ebola di qualche anno fa. Tutti questi fattori, uniti alla povertà delle nazioni africane e alla quasi totale mancanza di investimenti per migliorare la situazione sia da parte dei governi (spesso e volentieri dittatoriali) sia esteri e agli strascichi delle guerre iniziate nel periodo della Cold War e mai terminate, hanno spinto, e continuano a farlo, una massa immane di persone a spostarsi in cerca di un’opportunità per il futuro sia loro sia dei loro familiari rimasti in patria. È bene precisare che coloro che si spostano non sono persone ignoranti che vogliono “guadagnarsi da vivere “ rubando agli ignari europei o cercando di vendergli accendini o calzini con la famosa formula <<Vu’ cumprà?>> come alcuni politici nostrani tentano di convincerci. Questa gente è spesso e volentieri acculturatissima e possiede più di una laurea, e sarebbe felicissima di aiutarci e di contraccambiare il “favore” che abbiamo fatto loro accogliendoli, svolgendo lavori che sarebbero di sicuro in grado di svolgere ma che non sono mai offerti a loro: facciamo un esempio per capire meglio: avete mai visto negli ospedali chirurghi di colore (tanto ormai per immigrazione intendiamo soprattutto quella dai Paesi africani)? Forse ce ne sono, ma in percentuale così bassa da essere insignificante; eppure numerosi migranti sono in possesso di una laurea in medicina. Sono quindi costretti dalla società a svolgere quei lavori che neanche gli italiani più poveri sono disposti a svolgere, ovviamente al nero e con stipendio misero, senza “rubarlo” a noi (altro falso mito messo in giro dai soliti politici di cui sopra).

Chiedendo questa lunga parentesi, torniamo ai tanto discussi accordi. Come già accennato questi prevedono che ogni Paese si occupi di accogliere i migranti che varcano i suoi confini senza una politica europea di condivisione. Ma la crisi migratoria di questi anni è andata a colpire ovviamente i Paesi lungo le rotte, ovvero: Spagna, Italia, Portogallo, Grecia, Malta e Cipro. Queste Nazioni, che peraltro sono state anche quelle più colpite dalla crisi economica si sono trovate con il compito tutt’altro che leggero non solo di accoglierli ma spesso anche di andarli a salvare in mare, missione che il nostro paese ha portato avanti prima con l’Operazione Mare Nostrum e poi guidando la missione Triton di Frontex. Quindi queste si sono accollate tutti i costi della manutenzione dei centri di prima accoglienza, parecchio malandati a dir la verità, e anche del mantenimento dei singoli migranti, soldi spesi benissimo poiché per aiutare e migliorare le vite umane, per carità, ma comunque spesi in tempo di crisi. Per non parlare poi dei centri di identificazione ed espulsione, i famigerati CIE al centro di numerose polemiche per le condizioni e i trattamenti subiti dai migranti. I paesi coinvolti, quindi, sono stati, in un primo momento, una minoranza dei componenti dell’UE: oltre a quelli già citati, Francia, Germania, Regno Unito e i Paesi Scandinavi, in quanto mete molto ambite dai migranti in cerca di un futuro migliore. Sono rimasti “illesi”, in primo momento i paesi dell’Est (Polonia, Lituania, Estonia ecc…) e i piccoli Stati del Centro-Europa ( Austria, Ungheria, Repubblica Ceca ecc…). A una prima richiesta di ridistribuzione, portata avanti da Italia e Grecia, la maggioranza europea, volendo rimanere estranea a tutta la faccenda, ha quindi votato contro. Nel frattempo però, la situazione si è evoluta e la maggiore via migratoria si è spostata e quella Mediterranea (Libia-Italia, Marocco- Spagna, Egitto- Grecia) è passata del tutto in secondo piano rispetto a quella balcanica (Siria- Turchia- Grecia-Macedonia– Serbia- Ungheria- Austria- Germania) che ha coinvolto molti degli Stati che prima ne erano rimasti del tutto intoccati. Molti allora si aspettavano che questa fosse la goccia che fa traboccare il vaso: tutti avrebbero spinto per una ridistribuzione dei migranti e gli accordi di Dublino sarebbero stati superati. Ma non è andata così: per non avere migranti, né “propri”, né “altrui” i paesi centro-orientali, in primis l’Ungheria, hanno iniziato a sospendere gli accordi di Schengen sulla libera circolazione e chiudere le frontiere, a volte addirittura con dei muri (vedi Serbia-Ungheria). Però, per fortuna, grazie al peso politico di Francia e Italia, e soprattutto all’appoggio della Germania, le prime mozioni al Consiglio Europeo sono passate e i primi migranti redistribuiti, nonostante la continua opposizione dei paesi dell’Est che temono “l’invasione”. Vedremo cosa succederà.

Viene a rubarci il lavoro

Nelle chiacchierate davanti a un caffè caldo, dentro a un bar sentiamo spesso la frase “vengono qui e ci rubano il lavoro”, riferita alle centinaia di persone che arrivano nel nostro paese . Una frase detta senza riflettere , che viene dallo stomaco , causata dalla rabbia ; una rabbia più che giustificata da una situazione in cui la disoccupazione continua ad avere livelli molto alti, ma che non deve però trovare il colpevole nell’africano partito su di un barcone che cerca una vita migliore per sè e la propria famiglia.

D’altra parte chi è colui che ci ruberebbe il lavoro? Uomini, donne che, pur di vivere con un minimo di decenza, lasciano tutto, spendono tutto ciò che hanno e partono, colmi di speranza e fiducia, anche se le statistiche non volgono a loro favore, ma chissà se le statistiche arrivano in quella parte di mondo. Certo, è una cosa più che logica, dove c’è guerra fame e carestia la gente scappa, fugge, e tutto ciò è naturale , proprio della natura umana.

Coloro che causano guerra e carestia sono però anche coloro a cui fa comodo che queste persone scappino e che arrivino in una qualche parte del mondo civile che è ben contenta di sfruttarne le braccia. L’immigrato è importante per il modello capitalistico. Tutte quelle persone che arrivano in Italia vanno ad aumentare il numero delle persone in cerca di un’ occupazione; questo permette ad alcuni datori di lavoro di avere a disposizione la porzione più debole del mercato del lavoro. Che cosa può pretendere una persona che scappa dal totale annullamento di civiltà? L’immigrato appunto si contenta di un piccolo salario e di un’ occupazione qualsiasi, accetta ritmi e tempi di lavoro illegali, accetta occupazioni precarie e prive di sicurezza. L’imprenditore ha così in mano un ‘arma potente: è per certi versi quello che già Marx a suo tempo definiva “esercito di riserva”, vale a dire, nel nostro caso, un consistente numero di stranieri supersfruttati disposti a lavorare a qualunque condizione, utilizzati non solo per il profitto immediato, ma anche come elementi di regolazione del mercato del lavoro, per imporre ai lavoratori locali arretramenti di diritti e di salario. Il fenomeno della migrazione perciò, aldilà di ogni propaganda razzista, è funzionale al modello capitalistico. Ed è ora di smettere di puntare il dito contro l’immigrato: non ci ruba il lavoro, piuttosto, è derubato dei diritti basilari.

Uno sguardo sull’immigrazione

I flussi migratori che soprattutto dal continente africano si muovono verso l’Europa sono diventati negli ultimi anni un fenomeno importante. Vediamo di capirne le cause.

Dal punto di vista politico, sicuramente le potenze occidentali hanno introdotto la loro presenza e influenza in molti paesi dell’Africa, del Medio Oriente o dell’ex blocco sovietico, condizionandone la politica e favorendo spesso l’insorgere di guerre, regimi dittatoriali e modelli economici rovinosi.

Dal punto di vista economico, il modello capitalista, rafforzatosi e divenuto il modello unico dopo la caduta del muro di Berlino, ha portato al fenomeno della globalizzazione con la sue conseguenze:

stati “forti” che basano il loro dominio anche sullo sfruttamento incondizionato di risorse degli stati più deboli; stati “deboli” in cui sono sostenuti regimi dittatoriali che mantengono la popolazione in condizioni di arretratezza e povertà, perchè siano pienamente sfruttate le risorse a vantaggio degli stati più forti e del loro modello economico.

Ecco la situazione di molti paesi da cui le persone scappano, per fuggire a guerre, dittature, malattie o anche semplicemente per cercare una sopravvivenza economica. Da qui nasce il fenomeno migratorio. Fuggendo dai loro territori nativi queste persone approdano sulle coste del continente europeo, ed è qui che spesso si scatena la reazione xenofoba e razzista, alimentata dalla paura che gli immigrati possano creare minacce a livello sociale ed economico.

I comportamenti razzisti sono senza dubbio da condannare, ma bisogna anche cercare di capire come si possano formare e come possano coinvolgere molte persone.

Sicuramente anche nel nostro paese la situazione di crisi economica, la mancanza di lavoro e l’emergenza abitativa sono fattori che pesano nella vita di molte persone, che avvertono la presenza di chi proviene da altri paesi ed ha bisogno di lavoro e casa come minacciosa. Inoltre, chi si trova in difficoltà sente probabilmente anche l’esigenza di marcare una differenza tra sé e gli altri, di non identificarsi nel disagio estremo. Questa situazione di difficoltà, spesso accompagnata a povertà culturale e ingenuità, diventa facile preda di strumentalizzazione da parte di un sistema che ha tutto l’interesse a creare ostilità contro i migranti, ad alimentare la cultura dell’odio e del razzismo.

Ecco allora servizi giornalistici che amplificano smisuratamente notizie di cronaca riguardanti reati più o meno rilevanti commessi da stranieri. Ecco soprattutto forze politiche che basano i loro interventi esclusivamente su campagne razziste e xenofobe, alimentando il risentimento delle persone su questioni elementari (il lavoro, la casa, la difesa della famiglia). Nella società contemporanea quando si fa leva su alcune questioni risulta facile convincere un popolo ignorante a puntare il dito contro persone indicate come responsabili di tutti i mali, scatenando odio, dando spazio ad espressioni di brutalità, spesso anche di violenza fisica e cercando in questo modo facili consensi politici.

I movimenti che deliberatamente alimentano la cultura razzista rispondono ad esigenze ben precise di condizionamento della situazione sociale politica ed economica.

I lavoratori e i settori sociali più deboli risultano tra loro frantumati e divisi, facilmente assoggettabili al ricatto occupazionale e alle politiche liberiste di sfruttamento.

I flussi migratori, presentati come fenomeni di emergenza e di allarme sociale, creano il pretesto per imporre strategie di sicurezza e di gestione dell’ordine pubblico che si traducono in una militarizzazione e in un forte controllo del territorio; lo scopo è quello di effettuare un controllo sociale ad ampio raggio, il cui obiettivo non sono solo gli stranieri, ma anche qualsiasi espressione di malcontento sociale e di protesta.

Eppure il sistema economico ha bisogno di questi flussi migratori, poiché sfrutta gli immigrati, impadronendosi di una forza lavoro a basso costo da cui trarre il massimo profitto. Noi tutti sappiamo che le persone che emigrano scappano da situazioni insostenibili, ma partono anche con la speranza di trovare un lavoro nella loro nuova esperienza di vita, ed arrivando in situazioni economiche disperate sono disposte ad accettare qualsiasi occupazione e qualsiasi retribuzione. Abbiamo così situazioni di inaudito sfruttamento, di lavoro nero, privo di qualsiasi sicurezza e tutela.   Ma abbiamo anche situazioni in cui il sistema capitalistico sfrutta apertamente, alla luce del sole, l’emergenza migratoria. Qualche mese fa, ad esempio, la Germania ha deciso di attuare una politica di accoglienza nei confronti di migranti che richiedevano asilo e che si trovavano bloccati in situazioni disperate alle frontiere ungheresi. Angela Merkel con queste parole nei giorni precedenti alla apertura delle frontiere commentò la situazione : “ vedere le persone accalcate alla stazione di Budapest gridare”Germania, Germania!”è stato molto toccante. Siamo di fronte a una sfida nazionale: la Repubblica federale tedesca, i suoi lander e i suoi cittadini sentono la responsabilità comune e condivideranno gli oneri finanziari”. La proposta, immediatamente illustrata dopo le frasi di circostanza, era quella di accogliere i migranti ed assumerli temporaneamente nell’industria automobilistica tedesca: indubbiamente un’ottima strategia per introdurre un esercito industriale di riserva e ricattare il forte movimento operaio del settore automobilistico tedesco, introducendo una “concorrenza” con settori deboli come gli stranieri richiedenti asilo, numerosi e impiegabili a basso costo.

 

Abbiamo fin qui affrontato alcuni aspetti del fenomeno migratorio diretto verso l’Europa. Ma la questione è molto più estesa e non riguarda solo l’Europa.

Non scordiamoci i grandi flussi migratori che tuttora persistono tra Messico e Stati Uniti, una delle frontiere più percorse nel mondo, con circa 250 milioni di persone ogni anno. Il presidente degli Stati Uniti Obama si scandalizza per il muro ungherese, senza tener conto che nella sua America esiste un muro d’acciaio lungo 30 chilometri tra San Diego e Tijuana. Ne’ bisogna dimenticare l’enorme flusso migratorio che in Cina spinge migliaia di persone dalle campagne alle affollatissime città di Shangai e Pechino.

Un fenomeno di larghissima portata quello delle migrazioni, da una parte rispondente alla legittima libertà di spostamento di ogni persona, dall’altra al bisogno drammatico di trovare una situazione di sopravvivenza non assicurata nel paese d’origine. Un fenomeno che talvolta, soprattutto in paesi con una collocazione geografica come la nostra, può creare situazioni di emergenza.

Come affrontare questo problema? Sicuramente accoglienza e tolleranza sono atteggiamenti da promuovere, ma non sono di per sé risolutivi, trattandosi di comportamenti e riguardando la sfera della cultura e dell’etica. Credo che sia necessario contrastare le strumentalizzazioni xenofobe e razziste e cercare di cambiare radicalmente il sistema politico, economico e sociale in cui viviamo, che alimenta guerre, sfruttamento e povertà nel mondo, generando esodi di popolazioni ed emergenza migratoria.