W – Seconda Parte

CAPITOLO TRE

Henry Wilson arrivò allo stabile dopo due ore. Era stanco, e quella mattina il sole era particolarmente caldo. I suoi raggi cadevano su di lui, impietosi, e a un certo punto si chiese come avrebbe fatto a non sciogliersi.

Ancora una volta il suo pensiero tornò alla sorella. Dopo che se n’era andato da casa non l’aveva più vista. A volte lei aveva telefonato per informarla di certe cose; che s’era sposata, che aveva avuto un figlio e altre cose. Ma Henry non era mai andato a trovarla. Non aveva mai visto suo nipote. E non voleva che il nipote lo vedesse. In fondo si vergognava del disgustoso tossicodipendente che era diventato, e non voleva che qualcuno della famiglia lo ricordasse in quel modo. Forse era quello il vero motivo per cui non andava mai a trovare sua sorella. Quello e non il suo stupido orgoglio.

Lo stabile era un grosso edificio a due piani in cemento armato. Al piano terra vi erano alcuni negozi e una piccola discoteca. Davanti vi erano diversi tavoli, dove c’erano almeno tre o quattro messicani. Poi vi era una porta con una telecamera, e davanti vi era un energumeno alto due metri di guardia. Attorno vi era un mucchio di motociclisti  e tossicodipendenti in cerca di droga. I motociclisti giravano al largo, e inauguravano una specie di battaglia di sguardi con i messicani.

Via, si disse, facciamoci coraggio. Facciamoci coraggio. Si avviò verso la porta.

L’energumeno lo vide e si alzò guardandolo minacciosamente. Henry si fermò, e guardò la telecamera. Sperò di non tradire la propria paura. Sentì una goccia di sudore sulla fronte. La sua vita dipendeva dalla sirena piazzata sulla telecamera. Se avesse suonato sarebbe potuto entrare. Se non avesse suonato.. era meglio non pensarci.

Un secondo, due, tre … e la sirena non suonava. Uno dei messicani ai tavoli si alzò. Oh mio dio…

All’improvviso ci fu il suono della sirena. Per poco non ebbe un infarto quando la sentì. Grazie, Dio, grazie, si disse silenziosamente. Il gorilla aprì la porta e indicò le scale. Henry cominciò a salire le scale.

2

Arrivato al primo piano si trovò altri due tizi. Ormai poteva dire di conoscerli, anche se non sapeva i loro nomi. Li aveva soprannominati il Gatto e la Volpe, anche se erano entrambi belli grossi. Il Gatto era più magro, e non parlava mai, mentre la Volpe era più grosso ed era l’unico a parlare.

– Voltati.

Henry si voltò, mentre il Gatto cominciò a perquisirlo. Il classico rituale, ormai. Il Gatto lo perquisiva, mentre la Volpe guardava che cosa aveva portato con sé. Henry conosceva bene quel rituale, e ci aveva ormai quasi fatto l’abitudine. Ma in quel momento avrebbe desiderato essere da tutt’altra parte. Ma non aveva scelta. Non ne aveva. Alla fine i due finirono di perquisirlo, ed aprirono un pesante portone, indicando l’interno.

– Entra.

Henry entrò, preparandosi ad affrontare Victor Peralta, e pregando di uscirne vivo. Anche se credeva che con ogni probabilità non sarebbe mai uscito da quello stabile. Sarebbe con ogni probabilità morto.

3

Mentre Henry entrava nell’antro del lupo, ai confini settentrionali di Fifield, precisamente nel bosco di Drenham, un uomo si stava inoltrando nel fitto della foresta. Portava con sé un grosso sacco che portava a fatica. E che fatica, diavolo. Quando gli avevano proposto quel lavoro avrebbe dovuto rifiutare. Pensava che fare l’informatore per Pearlson fosse la cosa peggiore che un essere umano potesse sopportare.  Ma cominciava a rendersi conto che non era la cosa peggiore in assoluto. Come se non bastasse quel giorno faceva particolarmente caldo. Diavolo, se faceva caldo. Era un bagno di sudore. Il suo puzzo era talmente disgustoso che faceva fatica a non vomitare. Come se non bastasse doveva portare quella disgustosa sostanza che il cuoco di Pearlson usava per cucinare.

A lui il cuoco non piaceva. Gli sembrava inquietante. Sembrava uno psicopatico, ma Pearlson si fidava di lui, a quanto pareva. Inoltre la sua droga era di qualità, anche se non quanto quella dei Peralta. Dopo l’arresto di Hoyt le cose non erano andate molto bene. Senza Hoyt non vi era un tizio capace di fare quello che Hoyt aveva fatto, cioè ottenere il monopolio dello spaccio di droga. Pearlson aveva assunto il comando, ma ben presto aveva perso molto terreno, anche a causa del nuovo boss dei messicani, Victor Peralta, un vero serpente velenoso. Ciò nonostante alla fine le cose erano migliorate, anche se ormai il monopolio era dei Peralta. Negli ultimi giorni però Pearlson era sembrato soddisfatto, ed aveva accennato a dei contatti con Hoyt e a un piano che avevano formulato insieme.

Forse c’entrava lo sfigato che era venuto alla basa tre giorni prima. Lui se lo ricordava bene. Un drogato, che però aveva ottenuto l’onore di parlare con Pearlson. Nessuno aveva sentito che cosa si erano detti. Comunque riguardava i Peralta, poco ma sicuro.

Pensando non si era nemmeno accorto di essere arrivato: davanti a lui si trovava il laboratorio. Si trattava di una casa a un solo piano, con un piccolo granaio e una specie di garage. Era completamente isolata e nascosta alla vista dagli alberi. Un ottimo sito per la cucina della droga.

Attraversò lo steccato in rovina, ma appena lo fece vide un tizio uscire dalla casa con un fucile in mano.

– Non ti muovere! Chi sei?

– Sono io, Rick! Ma non ci vedi, per caso? – Ci mancava solo che quel cretino gli sparasse. – Cavolo Louis, vengo ogni mercoledì a quest’ora!

Louis abbassò il fucile e lo guardò meglio, e parve riconoscerlo. Lo salutò, poi si avvicinò.

– Scusa, è che Reggie di questi tempi è un po’..nervoso, diciamo.

– Non me ne frega proprio niente se è nervoso. Vi ho portato quello che vi serviva.

Cavoli, se Louis era un cretino. Pearlson l’aveva designato come assistente di Reggie, ma non poteva fare scelta peggiore. Louis era un meticcio francese, con la carnagione scura e i capelli lunghi. Portava le trecce.

– Ah grazie. Ora chiamo Reggie. Reggie!

Dopo pochi minuti dalla casa uscì fuori un uomo tarchiato e robusto. Rick era convinto che Reggie Leroux fosse uno dei tizi più inquietanti della nazione. Nonostante fosse alto e grosso non dava affatto la sensazione di essere in forma, anzi: la pelle aveva un inquietante colore giallastro, mentre gli occhi avevano una strana luce malevole e maliziosa. I capelli erano lunghi e incolti, come la barba. Gli occhi sporgevano di fuori, mentre lui odorava sempre di sangue. O almeno così credeva Rick. L’odore era molto simile a quello del sangue. E sentirlo parlare era ancora peggio. Sentirlo parlare era un’esperienza che non augurava a nessuno. Aveva una voce roca e profonda, ma dava una sensazione di ribrezzo incredibile. A sentirlo parlare Rick a stento tratteneva la nausea.

Reggie avanzò verso di loro e prese il sacco senza dire una parola. Osservò il contenuto, poi disse a Rick:

– C’è tutto. Puoi andare.

Non me lo faccio certo ripetere, si disse Rick. Salutò entrambi e se ne andò. Non avrebbe voluto vivere in casa con quei due, no di certo.

4

Henry entrò nella stanza e cominciò ad avanzare, seguito dai due guardaspalle. Poteva quasi sentire la loro presenza. Era davvero inquietante. Non era certo un’esperienza che augurava a qualcuno. Forse nemmeno a quell’arrogante di suo padre.

La stanza era molto ampia, ma scarsamente illuminata. Le uniche due finestre erano tappate da pesanti stole di marca messicana. La poca luce che entrava era soffusa e polverosa. Luce polverosa? Si chiese. Che assurdità sto dicendo, si disse ancora. Poi continuò ad avanzare.

In fondo all’ambiente vi era una scrivania. Davanti c’era una sedia. Dietro un’enorme poltrona dove sedeva un messicano di media statura e muscoloso. Era completamente calvo, e portava una scura barba nera, che aveva l’abitudine di lisciarsi.

Victor Peralta. Il signore della droga di Fifield. Dall’arresto di Jaz Hoyt era lui il boss supremo. Aveva contatti con i Cartelli messicani, secondo molti, e molti uomini in prigione. Erano i suoi sottoposti a muoversi e a condurre le transazioni d’affari. Lui non usciva mai dalla sua fortezza. Circondato da guardie e sicari era quasi impossibile ucciderlo. Non usciva mai da solo, perché di solito si portava almeno due gorilla con sé, adibiti alla sua protezione. Era prudente e violento.

Dietro la poltrona, in piedi, quasi discosto stava un secondo uomo. Era anch’egli messicano, ma era grasso e pesante; in testa portava pochi capelli, distrutti da una precoce calvizie e il grosso viso pacifico era distorto in un’espressione di paura assoluta. Quello Henry lo conosceva molto bene. Era Tuco, il cugino di Victor. Come il cugino era astuto e violento, Tuco era sciocco e pacifico. Una specie di pecora nera della famiglia, e un pesce piccolo. Non aveva quasi legami con i commerci di Victor, tranne che per il fatto che si drogava continuamente del prodotto del cugino.

Henry e Tuco erano amici da circa sei anni. Dopo che erano stati beccati a fumarsi dell’erba con altri drogati in un miserabile palazzo erano stati arrestati, e nei tre mesi trascorsi in detenzione avevano stretto una profonda amicizia. Una volta usciti Tuco gli aveva fatto ottenere soldi e droga gratis, ma da quando era Victor il capo non aveva più avuto droga. Per poterla comprare dai motociclisti di Pearlson aveva avuto dei soldi da Tuco, ma Victor lo aveva saputo.

Ed eccolo lì ad attendere Henry. Henry cominciò a sudare per la paura. Victor era terribilmente violento. Una volta uno che gli doveva dei soldi si era rifiutato di saldare il debito. In tutta risposta Victor lo aveva fatto pestare a morte dai suoi due sicari preferiti, il Gatto e la Volpe.

Henry giunse davanti a Victor. Quest’ultimo non lo degnò neanche di uno sguardo, ed Henry si trattenne dal guardare Tuco. Aspettò per un momento interminabile prima che Victor gli facesse cenno di sedersi, sempre senza guardarlo.

Cominciamo, si disse tra sé e sé.

5

Hogan superò la curva procedendo alla solita velocità, mentre accanto a lui Ted continuava a parlare. Ted non finiva mai di parlare, spesso di quanto odiasse la gente che vedeva per la strada o i ciclisti. Bill sorrise, pensando al terribile odio che Ted provava per i ciclisti. Era convinto che fossero troppo tutelati dalle leggi stradali e che facessero quello gli pareva. Ed era proprio di quello di cui stava parlando in quel momento.

– Voglio dire, ogni volta vedo un ciclista che va avanti col rosso, che se ne frega dei semafori.

– Lo fanno anche gli automobilisti Ted.

– Lo so, lo so, ma quello che voglio dire, vedi, è che loro si sentono troppo protetti. Bisognerebbe togliergli alcuni vantaggi, non trovi.

– Dipende. A volte anch’io uso la bici.

– Ma cosa c’entra? Te guidi sempre con prudenza. E poi non ti ho mai visto, caro il mio ciclista. Secondo me lo dici per stuzzicarmi.

– E perché mai dovrei stuzzicarti, Ted? – disse Hogan con innocenza.

– Perché sei un terribile rompipalle. Ecco perché. Comunque lasciamo perdere le bici e concentriamoci sul caso. Sei sicuro che stia da queste parti.

– Da quel che ci ha detto quel drogato di stamattina è qui che sta.- Quella mattina un tizio di nome Mark aveva detto di conoscere Henry Wilson e che abitava nel suo palazzo da un mese o poco più. Aveva sentito del bambino ed era convinto che Henry sapesse qualcosa.

– Speriamo di trovarlo – disse Ted. Poi aggiunse:

– E speriamo che non sia una perdita di tempo.

– Magari sa qualcosa, e poi non preoccuparti. Altri continueranno a cercare il bambino. – disse Hogan.

– Speriamo.

I due tacquero, mentre Hogan girò un’altra curva.

– Piuttosto… come va con Carla, Bill? – chiese Ted.

Hogan si rabbuiò subito. Negli ultimi tempi lui e la moglie Carla si erano sempre più allontanati, e alla fine Hogan temeva che lei avrebbe potuto chiedere il divorzio. E la loro figlioletta ne avrebbe sofferto molto. Hogan sapeva che la colpa era sua. Negli ultimi tempi si era troppo dedicato al lavoro. L’ambizione lo aveva preso e la possibilità di essere promosso erano ormai molto concrete. Aveva trascurato la sua famiglia per quello.

Brutta bestia l’ambizione. Non la si poteva tenere a freno, assolutamente no.  Ti catturava e ti spingeva a diventare qualcosa di diverso da ciò che eri. Quando la moglie l’aveva rimproverato si era fatto prendere dalla rabbia e l’aveva duramente apostrofata. Le aveva rinfacciato la mancata promozione di due mesi prima, sfumata all’ultimo e andata a un tizio di Philadelphia. Lei lo aveva distratto dalla sua priorità, le aveva detto. E lei aveva risposto piangendo che avrebbe dovuto essere la sua famiglia una priorità. Da allora non gli aveva più rivolto la parola.

Se solo non avesse detto quelle parole. Lo rimpiangeva sempre, ma le parole purtroppo non volano via, come diceva un detto latino, bensì rimangono radicate nel cuore, e non possono scomparire. No, non possono, rifletté con amarezza. Mancavano dodici mesi all’incidente che gli avrebbe portato via le gambe, la carriera e il matrimonio.

In quel momento arrivarono alla casa indicata.

6

Il bambino si svegliò impaurito. Aveva ancora fatto quell’incubo. Trattenne a fatica le lacrime, poi cercò di rialzarsi, ma le catene lo tenevano legato. Voleva chiamare la mamma, ma sapeva che la mamma era morta. L’uomo nero l’aveva colpita e ferita e poi l’aveva… cominciò a piangere.

L’uomo meno cattivo lo sentì piangere ed entrò. Lui lo chiamava meno cattivo perché era sicuramente meno cattivo dell’altro e dell’uomo nero. L’uomo nero l’aveva picchiato e poi l’aveva portato in quel brutto posto puzzolente. E lì l’aveva consegnato ai due, l’uomo cattivo e l’uomo meno cattivo.

L’uomo meno cattivo sembrava imbarazzato e cominciò a tremare.

– Dai, non piangere, su, forza, sei un ometto ormai, non devi piangere, su, dai! Ti prego, se poi lui se ne accorge…

– Ho fame – singhiozzò il bambino.

– Vorrei darti da mangiare, ma Reggie non vuole che tu mangi, ti prego, smettila..

– Ho fame! – stavolta urlò. – Voglio la mia mamma!

– Piccolo bastardo.

Il bambino riconobbe immediatamente la voce dell’uomo cattivo. Quest’ultimo apparve e lo colpì in faccia. Il bimbo cadde a terra urlando di dolore, mentre l’uomo continuava a prenderlo a calci. L’uomo meno cattivo cominciò a urlare

– Smettila! Reggie, così lo ammazzi, smettila! Deve rimanere vivo, l’ha detto lui…

Fu l’ultima cosa che sentì. Tutto divenne buio

CAPITOLO QUATTRO

1

Quell’estate del 2014 era passata splendidamente a Fifield. La cittadina aveva avuto un piccolo momento di gloria dopo la visita di un politico importante, membro del Senato, e poi tutto era tornato alla normale routine. La città aveva attraversato un ottimo periodo. La criminalità non si faceva più sentire da anni.

Quando Hogan rivide per la prima volta la città si sentì per un attimo prendere dalla paura. Un’irragionevole paura. Ma poi la liquidò come una sensazione del tutto normale. “Hoogy”. Sapeva bene cosa quella scritta significava. Probabilmente, essendo una scritta tra tante su quel muro la polizia locale non vi aveva fatto caso. E il suo vecchio caso era stato apparentemente risolto.

– Che razza di buco!

Tom uscì dalla macchina, sgranchendosi le gambe. Il viaggio era stato lungo. Quando aveva deciso di andare a Fifield per una “ breve vacanza” Tom si era offerto di accompagnarlo. Aveva preso la macchina di Hogan e l’aveva guidata. Nel portabagagli i suoi bagagli, quelli di Hogan e la sedia a rotelle.

Mentre Tom tornava in macchina, Hogan si chiese se non avesse fatto meglio a dirgli la verità. Sarebbe stata la cosa più giusta da fare, ma esitava. Probabilmente, si disse, aveva paura che Tom rifiutasse di aiutarlo e chiamasse la polizia. Ma la verità era che lui non voleva che la polizia si occupasse del caso. Troppe volte si era sentito inutile, troppe volte si era sentito vuoto. Nei primi mesi dopo l’incidente aveva vissuto un inferno: ricordava bene che cosa era diventato. L’amarezza per la perdita delle gambe l’avevano portato a diventare una persona frustrata e piena di rabbia, che aveva scaricato sulla moglie. Alla fine lei aveva chiesto e ottenuto il divorzio. Ma già poco tempo prima lui e lei erano entrati in conflitto.

A seguito del divorzio Hogan aveva valutato per un attimo di uccidersi: aveva preso la vecchia pistola di suo padre e l’aveva accarezzata per qualche minuto, poi, forse solo per provare, se l’era infilata in bocca. Era rimasto per alcuni minuti con la pistola in bocca. Ma alla fine s’era detto: perché dovrei arrendermi? E non si era sparato.

Lui non si riteneva più un rudere. Sapeva di essere sempre lo stesso. Ma adesso aveva l’occasione per spengere ogni dubbio. E a pensarci bene era la cosa giusta da fare. Anche se fosse andato dalla polizia, cosa avrebbe ottenuto? Niente, probabilmente.

Queste sono bugie, vecchio mio. Solo pietose scuse per poter dimostrare che su una sedia a rotelle vali comunque più di tutti quei nuovi poliziotti si disse.

Mentre si avvicinavano all’entrata della città vide un edificio nuovo. Lo riconobbe subito come un carcere statale.

2

Hector Bolsa assaporò per un attimo il fragrante profumo della libertà. Lo respirò a pieni polmoni, assaporandolo in ogni senso. Quattordici anni senza sentirlo. Era stata una vera tortura. Ma adesso…adesso poteva riavere quello che aveva perso. E forse anche qual cosina di più.

Dietro di lui Joaquin stava portando fuori i suoi bagagli. Insieme erano entrati e insieme erano usciti. Insieme. Erano sempre stati insieme.

Joaquin si accostò. Se prima era silenzioso quei quattordici anni l’avevano condotto al mutismo quasi assoluto. Non parlava quasi mai, anche perché loro due si intendevano a meraviglia con i cenni. Joaquin indicò il cancello.

Hector annuì. Era l’ora di uscire da quel maledetto posto. Era il momento di andarsene. Joaquin si avviò, ma si fermò scorgendo qualcosa a terra. Lo afferrò e lo guardò incuriosito. Poi strabuzzò gli occhi. Hector si accorse del suo turbamento e prese il giornale. Appena vide la foto trattenne a stento un urlo di sorpresa. Com’era possibile?

Joaquin lo guardò. Lo stupore era scomparso, lasciando posto alla gelida rabbia che lo contraddistingueva.

Fece un cenno, ed Hector annuì di nuovo. Quello cambiava molte cose.

Si avviarono verso l’uscita.

3

Hogan e Tom arrivarono alla casa dopo una mezz’ora di viaggio. Non era difficile trovarla. Lì avrebbero trovato tutte le indicazioni necessarie. Hogan tornò sulla sua carrozzella, e Tom lo spinse fino all’entrata.

Il proprietario della casa era un giovane con un sorriso davvero scintillante. Perfino Hogan, a cui in generale i giovani non piacevano si sentì affascinato. Si scambiarono due parole, comprese le ovvie indicazioni su come accendere tv e altro. Tutto molto semplice, in realtà.

Hogan entrò nella casa. Era piacevole, con le pareti verniciate di un bel color oro, che, soprattutto nella luce del pomeriggio, doveva dare una luce rassicurante a tutta la casa. Questi sono ragionamenti da vecchio, si disse.

– Non è male, signor Hogan. Davvero non lo è.

– Lo so, l’ho scelta io giovane miscredente. Non sono così rimbambito da non riconoscere una buona casa da una pessima.

– Non se la prenda, non volevo dire questo. Però per computer è facile truffare la gente.

– La gente. Ti sembro la gente, Tom?

– Voi siete un tipo furbo signor Hogan. Valete più voi di tanti altri  che.. bè, che possono camminare.

Il complimento arrivò al cuore di Hogan, che valutò se ringraziarlo o redarguirlo per avergli fatto notare la sua condizione di infermità. Ma alla fine si decise a sorridere. D’altra parte era davvero infermo.

Tom mandò a riposarsi, mentre Hogan rileggeva il giornale, cercando i particolari.

Fran Harris era rientrata a casa dal lavoro. Ad aspettarla avrebbe dovuto esserci il figlioletto, ma noon aveva trovato altro che le falce impietosa della morte. L’assassino l’aveva strangolata per poi sfregiarle il viso e colpirla col pugnale. Nella casa non erano state rinvenute impronte digitali e il bambino era scomparso.

Era uguale all’omicidio di Deborah. Stesso modus operandi. L’assassino era lo stesso. E la foto che campeggiava nella scritta non era latro che la certificazione di quella realtà. L’assassino di Deborah Wilson era rimasto libero, e ora, dopo quattordici anni, era tornato a terrorizzare il genere umano. Quanto erano stati ciechi. Solo ora se ne rendeva conto.

Doveva salvare il bambino. Doveva riuscirci. A questo punto era chiaro che l’assassino l’aveva sfidato. Anche se riusciva difficile a Hogan capire come potesse essere quel bastardo così sicuro di sé. Così sicuro che lui avrebbe ricevuto la notizia.

Forse ha portato lui il giornale. Era un ipotesi. Rabbrividì all’idea che potesse essere stato così vicino a lui. La sola idea lo faceva rabbrividire. Il terrore era ben radicato nelle viscere.

Ma perché aspettare così tanto? Probabilmente era stato in prigione. Bè, avrebbe dovuto indagare sui personaggi sopravvissuti alla Guerra del 1990. Ricordava solo ora il nome che i giornalisti avevano dato a quel terribile periodo di violenza.

Un periodo conclusosi con i fuochi d’artificio.

Hogan cominciò a controllare l’elenco di cui disponeva. Poi trovò il numero e chiamò.

– Pronto?

– Buonasera, sto parlando con il signor Trelawney, del Fifield News?

– Sì, sono io, che cosa desidera?

– Il mio nome è William Hogan.

– Hogan? Quel William Hogan? Quello della sparatoria di Riverlands?

– Sì sono io.

– Ah, questo è fantastico! Perché mi ha chiamato?

– Volevo chiederle se poteva venire a casa mia. Vorrei parlarle di alcune cose. E poteri concederle una bella intervista.

Hogan attese. Sapeva di rischiare, ma contava sul fatto che quel tizio fosse un terribile ficcanaso come quasi tutti gli altri giornalisti del luogo. Certo non sperava che accettasse per fargli un’intervista. Perché gli sarebbe dovuto importare di un vecchio poliziotto disabile. Ma la sua speranza era che il ficcanaso, incuriosito dal ritorno di un relativamente famoso detective a Fifield dopo tanti anni venisse e parlasse del caso. I giornalisti sono sempre i più informati, pensò divertito.

– D’accordo, verrò domani. A che ore preferisce?

– Quando può.

– Ah, va bene.

Hogan riattaccò. La prima esca era stata gettata. Il primo passo era sempre quello, in un’indagine: informarsi minuziosamente.

4

Il bambino si svegliò. Il suo primo impulso fu di scappare, ma era legato. Il secondo fu di urlare, chiedere aiuto, ma era imbavagliato.

Di fronte a lui, nell’ombra, stava l’uomo nero. Il bambino sentì la paura. Cominciò a piangere. Non voleva che quell’uomo gli facesse del male. Dov’era la mamma?

– Non piangere. – la voce dell’uomo nero era gelida, quasi del tutto priva di emozioni.- Non vorrei che ti soffocassi con la saliva e il bavaglio.

Si avvicinò al bambino e gli si sedette davanti. Poi cominciò a parlare.

– Il destino è strano…. Davvero strano. In questo luogo ho perso degli amici, ragazzino. Certo, tu non lo puoi sapere. Non sai dove sei. Non sai come andrà a finire. Il non sapere è una tortura ben peggiore della morte: aspettare, aspettare senza sapere che cosa succederà. – accarezzò la guancia del bambino – E tu soffri, non è vero? Forse vorresti la tua mamma, non è vero?

Il bambino era terrorizzato, e non capiva cosa quell’uomo cattivo stesse dicendo. Non disse nulla, ma cominciò a gemere di terrore. I suoi rantoli arrivavano distorti, soffocati dal bavaglio: un orribile rumore gorgogliante di saliva e un odore pungente di paura e lacrime: l’uomo aveva sempre amato quelle sensazioni. E adesso….

– Adesso lui è qui.

Aveva atteso. Aveva scelto di tornare a colpire, aveva scelto di rischiare tutto. Poteva sembrare assurdo; era uscito vivo e vegeto da una brutta situazione, aveva ottenuto il suo piacere preferito, uccidere, senza pagarne il prezzo. Ma aveva sempre saputo che quel giorno sarebbe arrivato: il suo desiderio di morte andava saziato nuovamente. Ma non solo quello. Ricordava di aver letto in un libro che i più grandi serial killer aspirano a essere catturati, per ottenere i giusti riconoscimenti. Ma lui era certo di non voler essere catturato. No di sicuro.

Voleva quello che molti uomini non avrebbero mai ottenuto. La certezza di essere il vincitore. Credeva di averla ottenuta quattordici anni prima, ma quella era stato un pietoso surrogato. L’uomo della polizia non credeva alla ricostruzione dei fatti; e aveva rovinato in parte il suo splendido disegno di morte. Ma quello che aveva perso allora l’avrebbe ottenuto adesso. Dove tutto era iniziato.

Si alzò e si sgranchì le gambe. Poi ricordò quel vezzeggiativo – chi era a usarlo? – “Hoogy”? Se lo ricordava fin troppo bene, ma adesso la memoria lo tradiva.

Forse perché stai diventando vecchio disse la sua maledetta vocina interiore. Cosa avrebbe dato per sbarazzarsi di quella fastidiosissima vocina. Forse era la sua esistenza a spingerlo a sfidare il poliziotto. Pur di metterla a tacere, pur di dimostrare di essere il vincente  era pronto a rischiare ogni cosa.

Persino la morte.

Ma io non morirò, pensò esultante, sarà lui a morire!

5

Hector e Joaquin entrarono nel negozio. Il negozio era uno stabile in cemento con diverse insegne e tre bandiere americane a coronare l’ingresso. All’interno le pareti erano tempestate di armi. Ve n’era una grande quantità. Mitra, pistole, fucili, c’era tutto. Vi erano pure casse di proiettili e giubbotti antiproiettili in un angolo.

Il proprietario era un ometto nervoso e calvo, e respirava a fatica. Appena li vide corse alla cassa e sfoderò un sorriso raggiante.

– Buongiorno signori. Che cosa desiderate?

– Giubbotti.

L’uomo ebbe un attimo di incertezza. Poi disse:

– Costano 750 dollari l’uno. Ma..avete il porto d’armi?

Joaquin tirò fuori 5000 dollari e li mise sul banco. L’uomo esitò per un attimo, poi li prese. Si rivolse a Hector.

– D’accordo, facciamo così. Eccoli là, potete pure prenderli.

Joaquin li prese e li saggiò. Erano sicuramente di buona qualità. Joaquin annuì con la testa. Hector guardò l’uomo, che stava cominciando a sudare freddo.

– V-volete qualcos’altro?

Hector indicò due silenziatori appoggiati sulla cassa. L’uomo annuì e tentò ancora una volta di sorridere.

– Quelli ve li do gratis.

– Funzionano?

– Certo che funzionano.

Joaquin ne prese uno. Poi portò la mano alla giacca, ma l’uomo non se ne accorse. Era troppo occupato a guardare Hector.

– Ora vedremo.

L’uomo cercò di voltarsi, ma Joaquin gli piantò una pallottola in faccia. Il sangue bagnò la cassa, ma non ci fu alcun rumore. Joaquin sorrise e fece un cenno a Hector.

– Direi che funzionano – disse Hector. Poi indicò la mitragliatrice. Joaquin la prese subito insieme a un fucile d’assalto. Poi quattro scatole di cartucce.

Hector annuì. Poi cominciò a riflettere. Joaquin, che stava già per andarsene si fermò e lo guardò con aria interrogativa.

Hector rispose alla domanda che leggeva sul volto di Joaquin.

– Ho fatto il conto. Il totale è 5456 dollari. Aspetta un attimo.. – tirò fuori 500 dollari e li lasciò sulla cassa, accanto ai resti del povero cassiere. Poi si voltò verso Joaquin e sorrise:

– Non si dica mai che i fratelli Bolsa rubino. Poi seguì Joaquin attraverso la porta.

Il suo pensiero andò al bastardo; forse credeva di cavarsela, ma le sue cervella avrebbero decorato le pareti della sua casa come quelle del cassiere. La vendetta era in arrivo. Avrebbe pagato per tutto.

I due si avviarono verso il tramonto.

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