W – Prima Parte

PARTE PRIMA: HOGAN
CAPITOLO UNO

La giornata declinava verso il tardo pomeriggio, e la temperatura si stava lentamente alzando. Già nel primo mattino le temperature avevano raggiunto picchi sconosciuti per il piccolo villaggio di Holdville. Quest’estate, dicevano i più vecchi era la più calda da molti anni, forse più calda di quella del 1979. I giovani non dicevano nulla; erano troppo occupati per pensare al caldo.


Per William Hogan il caldo era sempre stato accettabile. Era nato in Arizona, e aveva combattuto col caldo fin da quando aveva cominciato a parlare. Vi si era abituato, e lì a Holdville non vi era nulla di lontanamente simile all’estate dell’Arizona. Per non parlare poi del New Mexico, dove si era trasferito a soli sedici anni, per poi entrare nel Dipartimento di Polizia.
Bei tempi, si disse Hogan, quelli erano bei tempi. Certo migliori degli attuali. D’altra parte ogni vecchio vede con nostalgia la propria giovinezza e il passato è sempre migliore del presente, anche se magari mentre lo si viveva si soffriva.
Oggi sono in vena di discorsi filosofici, si disse mentre si sospingeva fino al frigorifero e lo apriva. Una bella birra fresca lo avrebbe aiutato di sicuro a combattere la nostalgia, perché di certe cose non voleva certo ricordarsi. La stappò e cominciò a bere.
Mentre beveva si chiese cosa avesse cambiato tutto. Da parecchi anni ormai la sua vita era diventata una pallida ombra di ciò che era stata. Un tempo credeva che fosse stato l’incidente a cambiare tutto, ma non ne era più sicuro. Cominciava a credere che questo periodo fosse cominciato prima, forse molto prima dell’incidente. Certo, quest’ultimo era stato un brutto colpo, e per i primi mesi la sua vita era stata un inferno. Ma le cose poi erano cambiate. Era arrivata la rassegnazione, e aveva smesso di arrabbiarsi per la pietà degli altri. Certo gli dava ancora fastidio, ma cominciava a capire la loro sofferenza, e alla fine si era calmato e rassegnato.
Mentre pensava la bottiglia si era per magia svuotata quasi del tutto. Vide il cestino, ma non aveva voglia di muoversi. Lanciò la bottiglia verso il cestino. La bottiglia colpì il porto poi cascò a terra, frantumandosi.
Perfetto. Ora gli sarebbe toccato chiedere aiuto a Tom. Tom gli piaceva, perché non lo trattava come se fosse un rudere pietoso, ma come una persona uguale alle altre. Tom aveva addirittura una certa deferenza nei suoi confronti. Forse erano i suoi racconti che l’appassionavano sempre. Forse la sua giovine età. Chi lo sa. Personalmente era solo contento per Tom.
Vabbè, si disse. Non voleva importunare Tom. L’avrebbe chiamato all’indomani. Poi si avvicinò di nuovo al frigorifero e prese un’altra bottiglia.
2
L’indomani si svegliò di buon’ora. Dopo essersi alzato grazie all’aiuto delle stampelle, si adagiò sulla suo mezzo di locomozione preferito. Poi si mosse verso il frigorifero, tirò fuori un po’ di latte e dei biscotti (era l’unico che teneva i biscotti nel frigo) e fece una buona colazione. Poi chiamò Tom, chiedendogli se poteva venire a dargli una mano.
Tom arrivò poco dopo. Era un robusto ragazzo di diciotto anni (anche se lui non avrebbe mai accettato il titolo di ragazzo, visto che si considerava un uomo). Era figlio dei signori Wopat, che abitavano a un isolato dio distanza. Hogan avrà visto una volta la madre, ma mai il padre. E la madre gli era subito stata antipatica. Era una vecchia insopportabile. A parte, rifletté amaramente, se lei era vecchia lui era una specie di Matusalemme.
Tom entrò con la classica giovialità.
– Buongiorno, signor Hogan!
– Buongiorno Tom.
– Mi sembra in salute signor Hogan – e mentre lo diceva tirò fuori un sogghigno davvero diabolico – in salute quanto uno dei drogati che vivono in Messico.
– Sei proprio un giovinastro impudente – disse Hogan. Ormai quelle frasi facevano parte di un rituale ormai consueto.
– Bé, io mi limito a constatare la realtà.
– Temo di essere piuttosto diverso da un drogato messicano. Innanzitutto non sono messicano.
Tom rise, poi pose a Hogan un fascio di giornali e riviste.
– Da quant’è che non ritirate la posta, signor Hogan?
Hogan fissò il gruppo di giornali che il ragazzo gli porgeva, poi li prese. Poi fece un cenno verso le riviste.
– Buttale via, quelle, tanto non le leggo.
Tom ubbidì, ma mentre si dirigeva al cestino vide i cocci di vetro della bottiglia.
– Che cosa sono questi, signor Hogan?
– Ho provato a imitare Kobe Bryant, ma come vedi la mia abilità è piuttosto scarsa.
Tom rise, e cominciò a spazzare il pavimento, mentre Hogan cominciò a sfogliare distrattamente i giornali che il ragazzo gli aveva portato. I primi due non contenevano nulla di interessante, ma il terzo attirò la sua attenzione.
Era un giornale che non aveva mai visto prima, e scorgendo il titolo ne capì il perché. Si trattava del quotidiano di Fifield, una cittadina non molto lontana da lì. Una volta Hogan era andato ad indagare su un laboratorio di metamfetamina nel bosco vicino alla città. Il caso si era poi notevolmente complicato, ma era stato risolto.
Hogan aprì il giornale per vedere le notizie di cronaca, ma il sorriso sparì non appena vide il titolo dell’articolo e la foto che campeggiava sulla pagina. Sentì una terribile sensazione di freddo nello stomaco, che più tardi avrebbe definito sconcerto, ma che in realtà era una terribile paura, una paura primordiale e terrificante.
Nella foto vi era un cadavere di donna orribilmente martoriata: la faccia era stata colpita selvaggiamente, e vi erano segni di torture prolungate. Ma ciò che aveva terrorizzato Hogan non erano i terribili particolari della foto, bensì la scritta del muro che si scorgeva dietro il cadavere della donna.
La scritta era nera, e al di sotto di essa vi era un curioso disegno di una maschera a gas e di un machete subito sotto.
La scritta recitava: “Sono tornato per la vendetta. Sono tornato per te. Hai fallito Hoogy.”
Non è possibile, si disse.
Non poteva essere.
No.
3
Hogan fu amabile e sorridente per il resto della giornata. Tom non si accorse del suo turbamento, e dopo una breve conversazione se n’era andato, lasciando Hogan da solo.
Hogan si risistemò sulla sedia e si chiese per un attimo se non si fosse sognato tutto, se non avesse avuto una specie di allucinazione ad occhi aperti. Ma quando chiudeva gli occhi e li riapriva vedeva sempre quel maledetto giornale sul suo tavolo. Poi lo riprese, lo rilesse e lo posò di nuovo.
A sconvolgerlo erano state le scritte sul muro. Perché aveva già visto quella scritta, molto tempo prima. E non prometteva per niente bene.
Decise che avrebbe chiamato Ted.
4
Il suo primo pensiero al primo squillo della cornetta fu che era uno stupido. Che non avrebbe dovuto chiamare Ted. Il secondo fu che doveva sapere delle cose. Era necessario.
Ancora un altro squillo. Poi un altro. Forse non era in casa, o forse stava dormendo. Quando Ted dormiva non si svegliava nemmeno al suono di dodici cannoni che sparano. Poi ci fu un clic e un suono gradevole e una voce rude e anziana.
– Chi è?
Hogan sorrise tra se e sé. Ted aveva conservato quella curiosa abitudine, ritenuta dalla sua ex-moglie molto sgarbata, e senza tutti i torti, tra l’altro, di rispondere sempre in quel modo. E il tono di voce assumeva sempre un tono seccato, anche se era una chiamata che gli faceva piacere. Ted era un uomo straordinariamente pieno di difetti. Per questo piaceva a Hogan.
– Sono il detective William H. Hogan, e desidero averla in centrale – recitò sorridendo. La risposta non si fece attendere:
– Bill! Non mi aspettavo una tua chiamata. Di questi tempi, tu non chiami mai.
– Lo so bene, Ted. Non ti ho mica disturbato?
– No, stavo guardando un qualche reality show. Non è strano che a noi vecchi piacciano così tanto?
– Parla per te. Io non guardo mai quelle schifezze.
– E fai bene. Perché mi hai chiamato? Nostalgia per la mia bellissima voce?
– Anche.
Hogan sentì il vecchio partner che l’aveva accompagnato in molti casi emettere la sua classica risatina chioccia. Si poteva pensare che fosse per l’età, ma Ted aveva sempre riso in quel modo, che Hogan aveva sempre trovato a dire il vero piuttosto inquietante.
– Cosa desideri?
– Volevo sapere… tuo cugino lavora ancora alla Omicidi, vero?
– Sì, perché?
– Bè….volevo sapere se potevo avere i vecchi fascicoli di un caso che..che volevo ricontrollare.
– Che caso? – la voce di Ted si fece subito più secca. La conversazione stava per prendere una brutta piega. Hogan per un attimo considerò l’idea di fare finta di niente e riattaccare, ma alla fine decise di continuare. Tentar non nuoce, dice il proverbio.
– Il caso dell’omicidio di Deborah Wilson e del rapimento del suo bambino, collegato alla ricerca del laboratorio di metamfetamina della banda di motociclisti.
– Ah, quello.
Non disse altro. La situazione sta precipitando, si disse Hogan.
– Perché lo vuoi, Bill? – Ogni traccia di amicizia era scomparsa dal tono di voce.
– Avevo dei dubbi – meglio non parlargli della foto – e volevo verificare..
– Non c’è nulla da verificare. Quel bastardo è morto da un mucchio di tempo. Perché vuoi sapere qualcosa sul caso? Il nostro successo è derivato da quel caso.
Hogan si trattenne dall’obbiettare che solo Ted aveva avuto successo. Erano stati entrambi promossi al ruolo di sergenti, ma pochi mesi dopo, nello stesso giorno in cui Ted veniva promosso capo del Dipartimento, Hogan perdeva le gambe e finiva all’ospedale. Quando alcuni anni dopo Ted aveva ricevuto un notevole pensionamento a seguito di molti successi sul campo e non, Hogan faticava persino a ricevere il suo, di pensionamento, mentre il suo matrimonio era ormai andato definitivamente in pezzi e la figlia si era rifiutata di vivere con lui e aveva scelto la madre. Non le disse perché Ted era un suo amico, e lo aveva aiutato, donandogli denaro e garantendogli la pensione. E perché la sua era solo una brutta invidia, e Hogan non poteva permettersi di lasciarla crescere in rabbia.
– Ted, già all’epoca avevo dei dubbi…
– Dubbi infondati!
– Ted, ascoltami, devi ascoltarmi, io credo..
– Ti sei fissato con questo caso. Non ti lascerò ficcanasare nelle vecchie carte. Ora scusami, ma ho altro da fare che ascoltare le tue inutili ossessioni.
E riattaccò.
Era stata una pessima idea. Ma tentar non nuoce, si disse Hogan sorridendo amaramente.
5
Quella notte Hogan dormì un sonno agitato e pieno di sogni. Sognò di essere alle prese con una specie di ombra, e ogni volta che le era vicino, quella gli sfuggiva e lo irrideva. A un certo punto Hogan riusciva ad afferrarla, ma poi essa si disfaceva e scompariva nel nulla.
La mattina dopo Hogan fece una colazione sostanziosa, poi si trascinò alla finestra con la sua sedia a rotelle. Non sapeva cosa fare. Riprese il giornale e provò a vedere se la foto era cambiata, o scomparsa. Ma ancora una volta essa era lì.
Non puoi combattere la verità, né negarla. Quanto avrebbe voluto che Tom non avesse preso quel maledetto giornale! Ma ormai il danno era fatto.
Per un attimo si chiese cosa fare. Ma sapeva già la risposta. Doveva tornare a Fifield. Doveva farlo. Non aveva alternative. Nessuna alternativa.
Prese il telefono e digitò il numero.

CAPITOLO 2

1
Fifield era quella che molti non avrebbero esitato a definire come la classica cittadina americana senza ambizione e originalità. Piazzata in una zona abbastanza verdeggiante per gli standard del New Mexico e chiusa in una ristretta valle, con una serie di boschi ai confini settentrionali, Fifield viveva la sua vita senza alcun sussulto. O almeno così poteva pensare un turista che la vedeva per la prima volta.
La realtà era un’altra. Negli ultimi venti anni Fifield si era ingrandita, e il processo aveva portato a grossi cambiamenti: Per prima cosa erano apparse le bande dei motociclisti: queste bande avevano fiutato il potenziale affare, ed avevano costruito un solido commercio di droga, entrando poi in conflitto con le propaggini settentrionali dei Cartelli Messicani. La situazione era apparsa drammatica nel 1989, quando il commercio di droga era aumentato in maniera eccezionale; alla fine dell’anno vi era stato un grande scontro tra le varie bande. In quell’occasione era stato arrestato Jaz Hoyt, uno dei pezzi grossi dello spaccio. Ora un anno dopo, Jaz Hoyt sedeva su un tavolo con il suo avvocato. Era il 20 giugno del 1990.
Hoyt era un uomo enorme. Alto due metri e grosso come un armadio, aveva il corpo ricoperto da tatuaggi anti-semiti e un aspetto terrificante. La faccia era grossa e ricoperta di barba malfatta. Era finito in prigione dopo che aveva strangolato un messicano di nome Peralta. Era stato condannato a venti anni, poi portati all’ergastolo in seguito all’omicidio del fratello di Peralta compiuto nella stessa prigione.
L’avvocato era un uomo alto e magro, terribilmente nervoso. Si vedeva lontano un miglio che aveva paura del suo cliente. Hoyt aveva richiesto la presenza di alcuni detective per fare delle rivelazioni riguardo un recente caso di omicidio. I due incaricati dell’indagine stavano per arrivare. Il procuratore non sarebbe venuto, e al suo posto aveva inviato uno dei suoi segretari.
Alle ore 15.45 entrarono i tre uomini. Il sostituto procuratore Dan Burn e i detective William H.Hogan e Theodore G. Fitzgerald.
2
Tre giorni prima Deborah Wilson rientrava a casa dal lavoro. Era stata sicuramente una giornata faticosa per Deborah, l’ennesima di una lunga serie. Ciò nonostante era sicuramente soddisfatta: molto probabilmente l’avrebbero promossa, e con uno stipendio maggiore avrebbe potuto provare a investire in qualcosa. Il figlio Thomas era dal padre. Deborah e Frederik si erano separati due mesi prima, di comune accordo. Frederik era un uomo calmo e ragionevole, e insieme a Deborah avevano trovato il modo per rendere la separazione il meno dolorosa possibile per il figlio. Thomas era un adorabile bambino di otto anni. Deborah vi era molto affezionata.
Aprì la porta di casa e appoggiò la borsa al tavolo. Era indecisa se preparare la merenda a Tommy o no. Sinceramente non lo sapeva. A volte il bambino era contento, ma altre volte era insoddisfatto per la merenda. Era piuttosto incostante nei gusti.
Mentre rifletteva sentì un rumore provenire dal salotto. Si fermò e rimase in ascolto: più niente. Forse me lo sono immaginato, pensò.
3
Mentre Deborah Wilson preparava la merenda per il figlioletto dall’altra parte di Fifield, alla periferia meridionale, vicino al piccolo complesso industriale vi era un piccolo ammasso di baracche tarlate. Si trattava di posti malfamati, e pochi sapevano com’erano realmente. Uno dei pochi a saperlo era Henry Wilson. Henry Wilson viveva in qui posti da circa dieci anni, dal giorno della sua rottura col padre. Erano stati dieci anni duri, ma Henry non era mai tornato a casa. Era troppo orgoglioso per tornare a casa e ammettere di aver sbagliato. Troppo orgoglioso.
Henry Wilson era un uomo di ventotto anni, magro e invecchiato precocemente. I capelli erano lunghi e sporchi, mentre i vestiti erano impolverati e luridi. Viveva in un piccolo appartamento di quelle parti, costituito da due camere. Viveva come uno straccione, e faceva continuamente uso di droga. L’unica cosa che gli era rimasta era l’orgoglio. Era l’unica cosa che non avrebbe venduto per una dose.
Henry usciva poco dal suo appartamento, e quella volta era rimasto indeciso se farlo o no; ma non aveva poi molta scelta. Ricordava fin troppo bene l’avvertimento di Tuco.
– Se non saldi il debito che hai con me ti ritroverai con un bel numero di pallottole in testa. Se non era per me Victor ti avrebbe già ammazzato. Il fatto che tu mi abbia aiutato tre anni fa ti è tornato utile. Ma Victor vuole i soldi; e non vuole più concederti credito, chiaro?
Chiarissimo. Henry aveva capito, ovviamente. Victor Peralta non era un uomo che si poteva far arrabbiare. Henry era stato fortunato ad avere il cugino di Victor, Tuco, come amico. Ma questo non poteva salvarlo ancora a lungo.
Henry si guardò attorno, poi puntò verso una delle baracche più esterne. Laggiù viveva qualcuno che avrebbe potuto aiutarlo.
Avanzò verso la baracca.
4
Jaz Hoyt ricevette una chiamata poche ore dopo. La chiamata no era attesa, ma fu sicuramente piacevole. Hoyt sorrise pensando a quello che sarebbe successo di lì a poche settimane.
5
Hogan fu il primo ad entrare. Hoyt lo individuò subito come un tipo pericoloso. Era un tizio di media statura, ma aveva gli occhi svegli, e dava l’impressione di essere molto intelligente.
Fitzgerald fu il secondo. Hoyt vide bene che tipo d’uomo era: ambizioso e furbo, ma certamente non molto intelligente.
Del sostituto procuratore non gli importava un accidenti. I tre si sedettero davanti a lui, fissandolo. Fitzgerald lo guardava con antipatia e disprezzo malcelato. Probabilmente si riteneva troppo in alto per scendere a patti con un disgustoso spacciatore di droga. Al contrario gli occhi di Hogan erano attenti. Cercavano di individuarlo come persona. Hoyt trovò subito la cosa interessante. Quella che stava per iniziare era una partita a scacchi, e lui doveva essere bravo a manovrarli. Certo, la notizia che aveva ricevuto tempo prima aveva accelerato il suo piano, rendendo certe cose molto più facili.
– Buongiorno signori.
Nessuno dei due rispose al suo saluto. Poi fu Fitzgerald a parlare.
– Non abbiamo molto tempo da perdere con le cavolate. Dicci cosa sai e diccelo in fretta.
– La fretta è una cattiva consigliera, detective. Spesso induce a errare.
– Che cosa sa?
Hoyt sorrise, poi si spostò sulla sedia. Allungò le braccia e incrociò le mai. Poi aspettò qualche secondo, poi parlò.
– So molte cose, detective. Forse dovrebbe chiedermi che cosa so riguardo a un certo omicidio.
– Mi sembrava ovvio che fosse implicito.
– Non credo che esista l’ovvio, signor Fitzgerald. Inoltre i suoi modi sono piuttosto sgarbati.
– Disse il motociclista in prigione per aver spappolato il cranio a un messicano. Non siamo qui per giocare, signor Hoyt. Che cosa sa dell’omicidio di Deborah Wilson? E su dove potrebbe essere il bambino? Ora la domanda la soddisfa?
La rabbia del detective era malcelata. Certo si doveva sentire preso in giro. Hoyt represse lo stimolo di sorridere. Meglio non tirare troppo la corda.
– So chi l’ha uccisa e perché. O almeno io sono sicuro che sia lui il colpevole. Non so dove sia il bambino, ma suppongo che sia con lui in questo momento. So molte cose su quella poveretta, signor Fitzgerald.
– Sono tutto orecchie.
Hoyt sorrise.
– Forse prima si dovrebbe parlare del mio periodo di detenzione. – Si voltò verso il sostituto procuratore.
Quest’ultimo guardò Hoyt. Nei suoi occhi vi era uno scetticismo quasi palpabile. Attese un po’ prima di rispondere.
– Se lei si riferisce a un possibile sconto di pena per queste rivelazioni, se lo può pure scordare. Dubito che lei possa sapere qualcosa su questa donna, e quindi credo che lei ci stia prendendo in giro. Ma mi ascolti bene . Sicuramente io non mi faccio prendere in giro. E ho fiducia nei detective. Troveranno il bambino e l’assassino.
– Forse. Non lo può sapere.
– Che cosa sa di tanto importante da farci sapere? Ce lo dica e valuteremo le sue richieste.
– Valuteremo le sue richieste mi puzza tanto di “ Ci dimenticheremo di lei dopo che lei ci avrà fatto le sue incredibili dichiarazioni”. Se crede che dirò qualcosa senza un accordo, bè, se lo può pure scordare.
Fitzgerald tornò a parlare.
– I sacchi di letame come te non hanno alcun diritto di chiedere condizioni.
– I sacchi di letame come me possono salvare dei bambini innocenti, detective.
– Hai affermato di non sapere niente del bambino. Quindi le tue parole non salverebbero proprio nessuno.
– So chi ha ucciso la madre, la stessa persona che credo abbia rapito il bambino, quindi le sue parole mi sembrano una dimostrazione di ottusità incredibile.
Gli occhi di Fitzgerald andarono in fiamme, ma prima che potesse dire qualcosa per la prima volta Hogan parlò.
– Quali sarebbero le sue richieste, signor Hoyt?
Hoyt si girò a guardare Hogan. L’uomo era calmo e i suoi occhi erano gelidi. Questo è uno che devo temere, si disse Hoyt.
– Nessuno sconto di pena. Solo un trasferimento. In questa prigione ci sono troppi messicani, e sapete bene che i miei rapporti con alcuni di loro non sono per niente buoni. Una prigione con meno messicani sarebbe in effetti molto gradita.
– Che cosa sa dell’omicidio di Deborah Wilson?
– Manterrete la vostra promessa?
– Noi non abbiamo promesso nulla – disse Fitzgerald.
– Allora temo di non sapere proprio niente.
Hogan guardò Fitzgerald, poi quest’ultimo guardò il sostituto procuratore.
6
Due giorni prima Henry Wilson era uscito di casa con tutto il suo modesto armamentario. L’idea non gli piaceva per niente, ma era l’unico modo per uscirne vivi. Aveva pensato di telefonare a sua sorella per chiedere aiuto, ma poi aveva cambiato idea. Non era così disperato. Non sarebbe tornato strisciando.
Si avviò verso la casa di Tuco. Si guardò attorno nel tentativo di vedere se Pearlson o qualcun altro dei suoi scagnozzi lo stesse seguendo. Niente. Tirò un sospiro di sollievo. Quello che stava per fare era parecchio rischioso. Mentre si avviava per un attimo si chiese se non fosse stato meglio rinunciare; ma alla fine decise di andare avanti.
Mentre si avviava uno dei barboni che mendicava vicino a casa sua si alzò e iniziò a seguirlo.
7
Hogan uscì dalla stanza, seguito subito da Fitzgerald. Hogan rimase a fissare Hoyt e il procuratore che discutevano.
– Che figlio di puttana. – disse Ted.
– Certamente.
– Non so cosa mi abbia trattenuto dallo spaccargli la faccia.
– Meno male non l’hai fatto. Sarebbe stato un grave errore. Quell’uomo non mentiva riguardo alle informazioni che ritiene di avere, anche se ci nasconde qualcosa.
– Credi che dovremmo accettare il suo volgare ricatto?
– Non si tratta di richieste eccessive. E il bambino ha la priorità. E poi il vero bastardo è l’assassino di quella donna. Chiunque sia capace di fare qualcosa del genere è sicuramente un malato.
– Hoyt sa qualcosa. Potrebbe centrare col fratello della Wilson.
Subito dopo il ritrovamento del corpo Bill e Ted avevano rintracciato il fratello di lei Henry Wilson, ma non l’avevano trovato. Sembrava scomparso nel nulla. Nessuno sapeva che cosa fosse successo. Secondo alcune testimonianze Wilson era amico di un certo Tuco Peralta, il cui cugino Victor era il nuovo capo della banda di spacciatori di droga che aveva conteso il dominio del commercio alla gang di Hoyt.
– Hoyt forse sa qualcosa perché i suoi sottoposti hanno ammazzato la donna e rapito il bambino per sfruttare Wilson contro i Peralta.
– Non credo. Probabilmente la guerra tra bande c’entra. Ma l’omicidio è opera di un sadico.
– Bè, magari uno dei membri della gang di Hoyt è uno psicopatico.
– Tutto è possibile amico mio. Tutto è possibile.
– Proviamo a fare una visita a questo Victor Peralta. E magari al nuovo capo della gang di Hoyt.
– Credo che sia una buona idea. – Hogan guardò Hoyt – Vediamo se riusciamo a scoprire qualcosa a riguardo senza concedere nulla a quello schifoso spacciatore.
Ted ghignò.

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