La forza della satira

L’assassinio a Parigi dei redattori della rivista satirica Charlie Hebdo dimostra chiaramente come la satira sia scomoda e temibile. E’ temibile perchè’ riesce a mettere in ridicolo il potere, la gerarchia, l’autorità, la visione totalizzante e assoluta e perciò integralista e lo fa con lo strumento dell’ironia, della risata che “smonta” la rigidità del dogma, con la semplicità di chi sa guardare la realtà da un’altra prospettiva.

Nel film tratto dal celebre romanzo “Il nome della rosa” un monaco medievale, fanatico difensore delle verità di fede, dava fuoco alla biblioteca di un monastero per disruggere i testi della Poetica di Aristotele che trattavano del genere della Commedia; come afferma il monaco nelle sue farneticazioni, il genere della commedia non doveva essere conosciuto, perchè si basava sul “ridiculus” e ridere vuol dire mettere in discussione e il ridere è contagioso: se ci si abitua  a mettere in discussione qualcosa, si può arrivare a mettere in discussione tutto, anche l’autorità religiosa. Meglio distruggere.
Ieri come oggi.
E dunque l’ironia è una forza. L’ironia è coraggio. Coraggio di guardare oltre, ma anche di  guardare noi stessi.
La satira e l’ironia riescono a dire ciò che comunemente non si dice perchè “non sta bene”, mettono in evidenza pregiudizi e contraddizioni. La satira spesso mostra la vera faccia della realtà.
E allora, per tornare al tema a cui questo blog è dedicato, ecco una serie di vignette umoristiche, ironiche, satiriche con cui le persone disabili raccontano se’ stesse, mostrando di non essere schiacciate dalle loro difficoltà, ma di riuscire anche a sorriderne.
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Lo Sport nell’integrazione sociale delle persone disabili

Lo sport per disabili nacque immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, in Inghilterra, grazie alle intuizioni del Dottor Ludwig Guttmann, che si dedicò alle cure di pazienti paratetraplegici che che avevano subito una lesione alla colonna vertebrale e al midollo spinale.
Il Dottor Guttmann capì subito che, oltre alle cure specifiche, lo sport poteva svolgere una funzione importante per la riabilitazione fisica e psicologica dei pazienti.
Lo scopo fondamentale era quello di riuscire tramite gli stimoli dello sport a sviluppare in modo ottimale le capacità residue del disabile ed a recuperare un buon stato psicologico del neo traumatizzato al fine di raggiungere la massima autonomia possibile ed una dignitosa qualità di vita.
Nel giro di qualche anno cominciò così a diffondersi in tutta l’Europa occidentale e nelle Americhe un nuovo modello riabilitativo che coniugava nello stesso tempo il recupero psicofisico e dell’autonomia, soprattutto con l’integrazione sociale.
Le discipline sportive allora praticate dovevano tenere conto di alcuni fattori : accessibilità degli impianti, disponibilità di ausili, possibilità di trovare nello stesso ambiente un discreto numero di utenti.
In ragione di questo lo sport poteva essere praticato solamente nei centri di riabilitazione che disponevano almeno di una palestra, di una piscina e di uno spazio per le discipline all’aperto.
Tennis da tavolo, scherma, basket, lanci del disco, peso e giavellotto, nuoto, tiro con l’arco, erano queste le principali discipline sportive che potevano essere praticate sessant’anni fa.
Mancava all’epoca, tra le discipline, quella attualmente più praticata dagli sportivi disabili: la corsa in carrozzina, impensabile per le pesanti carrozzine del tempo. Da allora le innovazioni tecniche sul mezzo sono state notevoli:dalla carrozzina a poltrona, ad ausili di autonomia pieghevoli e sempre più leggeri, grazie anche all’impiego di nuovi materiali. Gli atleti disabili cominciarono così a dedicarsi a gare su pista, aumentando progressivamente distanze e percorsi di gara, tanto che attualmente tutte le discipline su pista possono essere praticate, maratona compresa.
La disponibilità di carrozzine sempre più leggere e manovrabili favorì, negli anni sessanta l’introduzione di una nuova disciplina sportiva, lo SLALOM: si trattava di seguire un percorso obbligatorio, nel minor tempo possibile, fatto di passaggi stretti in avanti e in retromarcia, salite, discese, piroette, gradini in salita e in discesa senza compiere alcuna penalità. Questa disciplina venne praticata per poco più di venti anni, fu inserita per l’ultima volta nel programma delle Paraolimpiadi di Seoul nel 1988, per essere poi abolita definitivamente dalle discipline Olimpiche.

Il grosso boom dello sport disabili, in termini numerici, si ebbe sicuramente negli anni ottanta, sino all’apice che si registrò in occasione delle Paraolimpiadi di Seoul, periodo nel quale gli sport praticati sulla carrozzina aumentarono repentinamente.
Sicuramente l’atletica leggera è stata la disciplina più pratica dagli atleti in carrozzina, seguita dal basket, il ping-pong e il tiro con l’arco. Tutte queste discipline in qualche modo hanno dovuto modificare l’assetto tecnico e dinamico della carrozzina stessa; l’atletica leggera e il basket, nel tempo, sono diventate delle discipline che hanno richiesto una specifica carrozzina da destinare alla sola attività sportiva, mentre il ping-pong e l’arco si sono limitate a piccoli accorgimenti sulle singole carrozzine da passeggio, come appoggi o semplicemente dei cuscini più rigidi che permettessero una postura più adatta.
Nell’andare avanti negli anni, sempre grazie all’aiuto della tecnologia, si sono create delle nuove opportunità che hanno permesso la pratica di nuovi sport come il tennis, il rugby, l’handy-bike e l’hockey. Ci si è infine sbilanciati anche in altri sport, che per il settore si possono definire estremi, quali il tracking e il parapendio.
Le discipline olimpiche sono sempre in continuo aumento, ma, paradossalmente, il numero degli atleti è in calo. Questo è dovuto senza dubbio al problema della definizione delle categorie.
Perché un disabile possa praticare uno sport è necessario che egli si possa confrontare con un’atleta che abbia una potenzialità psichica, fisica motoria o sensoriale il più paritaria possibile.
Da questo concetto nasce la necessità di creare un certo numero di categorie, che per semplicità potremmo accostare al criterio della Boxe, la quale tiene come riferimento di valutazione il peso, mentre nello sport disabili questo riferimento è la capacità residua.
La classificazione di un’atleta si effettua con una valutazione di carattere medico (forza e articolazione) e una di carattere funzionale (gesto atletico).
Sino a Seoul 1988 le valutazioni mediche erano finalizzate all’assegn081024-N-5086M-142azione di una categoria (ad es. 3 distinte categorie per i tetraparaplegici, 5 per i paraplegici, 9 per gli amputati etc).
Durante le Paraolimpiadi di Seoul le varie Federazioni Internazionali decisero di diminuire drasticamente il numero delle categorie da 34 a 20, con una possibile ulteriore riduzione. Queste restrizioni hanno comportato di fatto la progressiva esclusione di alcune patologie dallo scenario sportivo, come i tetraplegici e i non vedenti totali. Allo scopo di perseguire una ipotetica e utopistica unificazione delle Paraolimpiadi con le Olimpiadi vengono così emarginate proprio le patologie più gravi; questo naturalmente riguarda non solo gli atleti disabili, ma tutti coloro che vogliono dedicarsi ad una pratica sportiva per sostenere positivamente la situazione di disabilità.
Insomma, lo sport, così importante nella riabilitazione psicofisica e nenell’integrazione sociale, non deve diventare motivo di selezione fine a sé stessa o, ancor peggio finalizzata al business sportivo.

Ma è giusto utilizzare la parola “ritardato”?

Traduzione dell’articolo http://www.huffingtonpost.com/2014/10/29/r-word-advocacy_n_6064196.html

Negli Stati Uniti si è molto discusso sull’eticità dell’impiego di questo termine in riferimento alle persone disabili. Per fornirvi ulteriori informazioni vi riporto la traduzione di un articolo del sito americano Huffington Post:

<Perchè mi sento ferito quando mi chiamano “ritardato”?> John Franklin Sthephens, l’ambasciatore mondiale delle Special Olympics, ha scritto in un articolo per HuffingtonPost. <Ammettiamolo, nessuno usa questa parola come complimento. Nella migliore delle ipotesi è usata come sinonimo di “stupido” o “perdente” e nel peggiore dei casi è usata con lo scopo di etichettarmi come reietto – quindi come se fossi una cosa, non una persona. Ma io non sono stupido. Non sono un perdente. Non sono una cosa. Sono una persona.>

Per riuscire a dimostrare quanto sia offensivo questo termine, e per incoraggiare le persone a smettere di utilizzarlo, la Special Olympics ha lanciato nel 2008 la campagna “Spread the Word to End the Word”.

Da allora ci sono stati dei cambiamenti promettenti. Nel 2010 la cosidetta “Rosa’s Law” ha rimosso le parole “ritardo mentale” e “mentalmente ritardato” nei campi della sanità, dell’educazione e del lavoro.

“Usare un linguaggio più neutrale per descrivere una persona con disabilità mentale, è solo un modo per rispettare di più quella persona.” ha scritto il blogger Ellen Seidman, padre di un figlio disabile “Non è il solo modo ovviamente, ma è uno dei tanti. E’ uno dei meno complicati.”

Combattendo con un film

Il tema della disabilità è affrontato sempre più spesso anche all’interno di trame di libri e film, nonostante venga mascherato da argomenti più appetibili, secondo il gusto del pubblico, che si ritrova ad essere generalmente il medesimo presso ascoltatori e lettori adolescenti.

Un esempio ne è sicuramente il film che a settembre ha “sbancato” i botteghini dei cinema italiani, e non solo: Colpa delle Stelle, di John Green.

Ma che cosa può aver causato il grande successo di un film che ha come argomento cardine la disabilità?

In primo luogo i protagonisti della storia si incontrano e si conoscono tramite i propri handicap, capiscono come grazie al loro essere “diversi” riescano a comprendersi maggiormente, capendo i limiti che tali problemi comportano e cercando quindi di affrontarli aiutandosi a vicenda.

I temi “forti” della storia vengono tuttavia “nascosti” tra argomenti maggiormente apprezzabili e più leggeri, non venendo comunque mai dimenticati, e rimanendo il fulcro centrale della vicenda fino alla fine.

Questa storia è la prova del fatto che la disabilità, almeno tra i più giovani, non viene più considerata un tabù, ma anzi una problematica attuale alla quale rapportarsi in modo più responsabile e maturo, un’occasione di crescita personale e, di conseguenza, sociale.

Blade Runner

ASCESA E DECLINO DI UN ATLETA 

“The fastest man on no legs” tradotto “L’uomo più veloce senza gambe”.
Oscar Pistorius, uno dei più veloci atleti paralimpici del mondo detentore di molteplici record mondiali in varie discipline.
Nasce a Johannesburg, Sudafrica, dopo che il bisnonno era emigrato dall’Italia in Kenya. La sua vita fin dalla nascita è segnata da una grave malformazione che lo costringe, dopo nemmeno un anno di vita, all’amputazione di entrambe le gambe. Amante dello sport, durante gli anni del liceo pratica nuoto,rugby e la pallanuoto; un ulteriore infortunio, sicuramente neanche paragonabile alla grave perdita delle gambe, lo porta verso l’atletica leggera per motivi riabilitativi, da lì nascerà questa sua passione.
Corre grazie a particolari protesi in fibra di carbonio, realizzate interamente su misura, tenendo conto della disciplina praticata. La fibra di carbonio era il materiale che più rispondeva alle esigenze di flessibilità e resistenza unite alla sicurezza. La forma è conseguentemente realizzata in base ai vari sforzi da compiere: per esempio, nelle discipline dell’atletica leggera, dove servono prestazioni elevatissime, i piedi sono a restituzione di energia con quella particolare forma a ”C” che caratterizza anche le protesi di Oscar Pistorius.
Il primo vero appuntamento agonistico di rilievo sono le Paralimpiadi di Atene nel 2004. L’atleta ha solo 17 anni, ma è un vero talento. Torna a casa con due medaglie, una più importante dell’altra: un bronzo sui 100 metri e un oro sui 200.
I suoi sogni si incominciano a realizzare quando esprime il desiderio di poter correre con i normodotati nei giochi Olimpici di Pechino 2008. Assaggia una piccola parte di sogno quando nel 2007 corre al Golden Gala di Roma nei 400 metri. Nel 2008 la IAAF (Associazione Internazionale Federazioni di Atletica ) infrange le aspettative di Oscar, sostenendo che avrebbe avuto un vantaggio dimostrabile del 30% . Lo stesso anno l’atleta viene ammesso dal tribunale sportivo a partecipare alla manifestazione, ma non riesce ad aggrappare il suo sogno dato che non riesce a realizzare il tempo minimo per la partecipazione. Arriveranno comunque una serie di risultati e medaglie positivi fino all’ultima partecipazione a Londra 2012.
Come spesso succede a tutti questi momenti di splendore e sfarzo si accostano momenti di oscurità. La grave malattia, il secondo infortunio in giovane età, un fermo e un arresto per aggressione e un incidente in barca nel quale rimane gravemente ferito nel 2009 sono le ombre che hanno reso oscuro il suo cielo costellato da record e medaglie. Ma da almeno un paio di anni un’ ombra gigantesca è calata sulle stelle di Oscar. Il 13 febbraio 2013 i media sudafricani diffondono la notizia che l’atleta sarebbe stato il responsabile dell’uccisione della fidanzata, la modella trentenne Reeva Stenkamp, avvenuta nel primo mattino nella loro casa a Pretoria. Il campione paralimpico avrebbe scambiato la ragazza per un ladro che tentava si intrufolarsi nella casa, sparandole cosi quattro colpi di arma da fuoco uccidendola sul colpo. Dopo un lungo processo il 21 ottobre 2014 l’atleta viene dichiarato colpevole e viene condannato a 5 anni di reclusione. Una sentenza tanto attesa, che ha segnato, questa volta , la vita da record di Oscar Pistorius.

Passeggiate accidentate

Livorno, una città che si affaccia sul mare sulla costa tirrenica. Caratterizzata da quello spirito di accoglienza e di fratellanza fra tutti i cittadini che ha sempre avuto fin dalla sua nascita.
Un problema che un po’ incrina lo spirito di questa città è il problema dell’esistenza di barriere architettoniche, che non consentono soprattutto alle persone disabili su sedia a rotelle e anche a mamme con passeggino di poter accedere a edifici e negozi vari e di poter svolgere attività comuni a tutti.
Però non pensiamo queste barriere solo dal punto di vista architettonico, perchè quotidianamente anche noi stessi partecipiamo alla formazione di esse: auto parcheggiate dove non dovrebbero, motorini sui marciapiedi, rifiuti e percorsi pedonali sporchi. Per entrare meglio nel merito della faccenda e capire quali sono le principali barriere nella nostra città, prendiamo informazioni dall’ intervista rilasciata da Valerio, persona disabile, che lavora in Comune.
Prima tappa del nostro piccolo viaggio, una passeggiata per Via Grande a curiosare un po’ per i principali negozi…ecco qui affrontiamo il primo problema: in molti di essi Valerio e chi come lui ha la carrozzella non riescono ad entrare, colpa degli scalini; ma vabbé, lasciamo stare lo shopping, concentriamoci su cose più importanti. Valerio ha bisogno di andare a ritirare i soldi in un qualsiasi bancomat… peccato che nella nostra città siano veramente pochi i bancomat posizionati ad una giusta altezza e gli unici sono preceduti da scalini, sembra quasi uno scherzo. Per finire il nostro breve percorso a giro per Livorno, prendiamo in esame le chiese , ebbene sì, Valerio o chi per lui trova difficoltà ad entrare addirittura in chiesa. Tralasciamo i mezzi pubblici male attrezzati e le condizioni inadeguate dei marciapiedi e concludiamo la nostra deludente passeggiata. Questa è l’ottica con cui Valerio è costretto a vedere la nostra città, sì proprio Livorno, aperta, accogliente verso tutte le culture, ma ….i disabili?